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    17 ottobre 2018
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Se teatro e cinema "parlano in sardo"...

Se teatro e cinema parlano in sardo può succedere che il Macbeth di Shakespeare venga traslato dalla Scozia medievale a una Barbagia arcaica, immaginaria, senza tempo, diventando “Macbettu”, oppure che Antonio Gramsci, con il suo pensiero, le sue relazioni affettive, riviva sul grande schermo o che arrivi una pioggia di riconoscimenti per un film che mette insieme Eduardo e il Bardo, o, ancora, che Cagliari sotto le bombe del ’43 scateni un fascino cinematografico quasi insospettabile. Lo scorso anno tutto questo è successo.  

Ecco allora, procedendo con ordine, che il Macbeth shakespeariano recitato in sardo, variante nuorese, e, così come nella tradizione del teatro elisabettiano, interpretato da soli uomini, con la regia a orologeria di Alessandro Serra, diventa lo Spettacolo dell'anno per i Premi Ubu 2017, prestigioso riconoscimento assegnato al Piccolo Teatro di Milano. Una medaglia d’oro da mettere in bacheca per Sardegna Teatro, il Tric diretto da Massimo Mancini, che ha prodotto lo spettacolo con Teatropersona. Riconoscimento che impone di tornare sulla riuscita messa in scena e di intessere alcune note a margine. Perché Macbettu - tournée in Sardegna poi a Milano, Bellinzona, Roma e ancora date importanti nel 2018 - è una proposta visionaria e audace che lavora sulla dirompenza del linguaggio (la lingua diventa canto, sfondando i confini della letterarietà) e la potenza della gestualità. Il progetto di Alessandro Serra è nato da un reportage fotografico sui carnevali della Barbagia, che ha fatto emergere insospettate analogie tra il Macbeth e i riti e le maschere della Sardegna: i suoni cupi prodotti da campanacci, le pelli, le corna, le maschere oscure e inquietanti, e poi il sangue, il vino, il dionisiaco che prevale sull’apollineo.

“… la presenza de su ballu tundu, delle brujas e delle arresorjas. Non è neanche questo. È la concezione stessa dell’adattamento a essere “in sardo”, ha scritto Serra. “Il linguaggio ad esempio, ancor più della lingua. Quello dei corpi, il suono reale delle parole. Le camminate, le andature, le pose fiere e impettite. Il sarcasmo e la balentia. E poi gli elementi di scena: la polvere, il sangue, la pietra e il ferro".
Di fatto, Macbettu è una macchina teatrale perfetta, esteticamente ineccepibile. Macbeth parla in barbaricino, lingua ai più poco comprensible, ma a parlare è, appunto, il linguaggio dei corpi, delle posture, dei meccanismi teatrali oliati fin dentro i minimi dettagli. E se nel richiamare quella Barbagia di Sardegna, nei suoni, nelle immagini, può risaltare anche qualche stereotipo, è un peccato veniale rispetto al tentativo, ben congegnato, di far fare un salto decisivo in avanti alla concezione del teatro made in Sardinia, che tramite Shakespeare trasmutato nell'Isola si modernizza. 

Le luci, le scene, le pietre, il ferro, il cast tutto al maschile, Lady Macbeth, che sospinge il coniuge verso la corsa sfrenata, che acceca, al potere (figura imponente, capelli lunghi e barba, che appare come donna nuda, delirante e poi suicida, Lady Macbettu, tormentata dal peso degli omicidi, che si aggira sonnambula in preda al delirio e quindi si toglie la vita). Un dramma a tinte fosche, come la tragedia del Bardo di Stratford on Avon, che si tinge di rosso, fra sangue e vino, delitti in serie - Re Duncan, l’amico Banquo and so on - e castigo, l’epilogo segnato, la morte di Macbettu. Doveroso citare gli interpreti: Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Giovanni Carroni, che ha curato la traduzione in sardo, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino, Leonardo Tomasi.


E se il teatro “in sardo” ha chiamato il cinema ha risposto. Nel mondo grande e terribile, un film di Daniele Maggioni, Laura Perini e Maria Grazia Perria, con un ispirato Corrado Giannetti (attore storico di Sardegna Teatro) nel ruolo di Antonio Gramsci. Un omaggio per gli ottannt’anni (celebrati nel 2017) dalla scomparsa dell’intellettuale e uomo politico di Ales, filosofo e tra i fondatori del PCI. E anche in questo caso è opportuno riflettere ancora sull’uomo e sull’opera, il cui titolo è tratto da una frase di una lettera scritta nel giugno del 1924 alla moglie Julca (Giulia), violinista russa conosciuta a Mosca. Arrestato nel novembre del 1926, Gramsci venne condannato dal regime fascista a vent’anni di reclusione. Il film racconta – mostrando i suoi ultimi dieci anni di vita in carcere, quello di Turi, in Puglia, traslato nel carcere cagliaritano dismesso di Buoncammino - la complessità delle sue riflessioni, la sua umanità e le difficoltà della sua esistenza. E lo fa attraverso le parole che ha scritto nelle Lettere (Benedetto Croce, dopo la pubblicazione, scrisse: “L’opera di Gramsci appartiene anche a chi è di altro od opposto partito politico”) e nei Quaderni del carcere, che hanno lasciato una traccia indelebile nel pensiero filosofico contemporaneo.

Gramsci dibatte, rievoca, nella sua cella si materializzano ricordi e fantasmi. Nel film la rappresentazione quasi astratta, metafisica, della sua esistenza: la cella diviene il suo mondo, dove prendono corpo pensieri filosofici, memorie, le persone che hanno fatto parte della sua vita, pubblica e privata. Tutto scorre nella pellicola di Maggioni (che riesce a far quasi dimenticare lo sceneggiato Rai del 1977 “Antonio Gramsci, i giorni del carcere”, interpretato magistralmente da Riccardo Cucciolla): “Cosa è l’uomo?”, “Il pensare non può essere distinto e separato dall’essere, cosi come l’uomo dalla natura, l’attività dalla materia, il soggetto dall’oggetto”, le posizioni critiche nei confronti dello stalinismo e del PCI. E ancora, il Gramsci più intimo, i ricordi dell’infanzia, il rapporto intenso con la cognata Tatiana (Tania), sorella maggiore della moglie, quello, difficile, di incomunicabilità con la moglie Julca, la mancanza dei figli Delio e Julik (Giuliano). E poi, la sofferenza psicologica e fisica (la malattia che lo aveva perseguitato fin da bambino, impedendogli una crescita normale), che in carcere lo debiliterà sempre più. Già nel ’33 scriveva: “Fino a qualche tempo fa io ero, per così dire, pessimista con l'intelligenza e ottimista con la volontà... Oggi non penso più così. Ciò non vuol dire che abbia deciso di arrendermi, per così dire. Ma significa che non vedo più nessuna uscita concreta e non posso più contare su nessuna riserva di forze". Le precarie condizioni di salute indussero le autorità a trasferirlo in una clinica di Formia, prima, e in una di Roma, poi, dove morì il 27 aprile 1937.

Nel mondo grande e terribile lunghi primi piani, quasi fermo immagine, nel silenzio, rotto di tanto in tanto dalla musica ad hoc di Massimo Ferra, dove la mimesi Gramsci/Giannetti, che si è calato completamente nel ruolo, si fa impressionante. L’attore cagliaritano è contornato da una serie di altri bravi attori teatrali sardi, da Fausto Siddi a Senio Dattena, da Valentino Mannias a Guseppe Boy e Nunzio Caponio e dalle attrici Anita Kravos, Maryna Bondarenko e il piccolo Lorenzo Cossu (Nino, Gramsci bambino).

Vale la pena ricordare anche i credits del film, che ha riscosso un lusinghiero successo di critica e pubblico in Italia e all'estero: prodotto da Tore Cubeddu, è stato realizzato con il contributo della Regione Sardegna, Comune di Cagliari, Sardegna Film Commission, e ha visto la partecipazione alla produzione di Istituto Gramsci della Sardegna, Sardegna Teatro, Casa Natale Antonio Gramsci di Ales, Cineteca Sarda di Cagliari, Eja Tv e Casa Museo di Antonio Gramsci di Ghilarza. Una sinergia di forze che si è rivelata quanto mai efficace.

Dopo una lunga e tormentata gestazione, lo scorso anno, grazie all’intervento decisivo di una produzione irlandese, è approdato sul grande schermo anche L’Accabadora di Enrico Pau, chiamato forse alla sua prova di regista e autore più complessa e sentita. Protagonista una intensa e quasi icastica Donatella Finocchiaro (affiancata da altre interpreti come Carolina Crescentini e Sara Serraiocco e dall’attore irlandese Barry Ward), sullo sfondo di una Cagliari all'inizio degli anni Quaranta, nei tragici giorni dei bombardamenti angloamericani sulla città. La donna - di cui si intuisce il misterioso passato, nascosto dietro i silenzi e gli sguardi, ammantata di abiti scuri da cui emerge la bellezza antica, quasi scolpita, di un volto imperscrutabile - giunge nel capoluogo alla ricerca della nipote Tecla, che incontra in circostanze rese ancora più drammatiche dalla violenza della guerra. Il dialogo tra zia e nipote fa affiorare ricordi e ferite mai dimenticate, insieme a quel fardello nero e amaro che rende Annetta una sorta di sacerdotessa sospesa fra antico e moderno, dispensatrice, suo malgrado, di pace eterna, con un rito atavico quanto macabro, al prezzo altissimo della solitudine, dell'isolamento decretato tacitamente dalla sua comunità.

Fulcro del plot de “L'Accabadora” è il conflitto fra il legame, profondo, di Annetta con le sue radici, con quella cultura ancestrale di cui è comunque portatrice, e la contemporaneità, quasi a simboleggiare il destino dell'Isola, in bilico tra passato e futuro. Il viaggio da un piccolo paese alla città è come un viaggio nel tempo, liberatorio, durante il quale la protagonista scopre il fascino dell'arte (Pau cita le delicate opere delle sorelle Coroneo), l'importanza della medicina (il regista omaggia anche le cere anatomiche del Susini), il progresso, insomma, che, nonostante la guerra, irrompe, seppure crudelmente, in città e nell’Isola. E, fra il rombo inquietante degli aerei, trova anche l’amore catartico, la rinascita. Enrico Pau dimostra, con ancora maggior forza, che costruire una storia non oleografica e appassionata in Sardegna, ambientarla a Cagliari, diventata vero set cinematografico (il quartiere di Castello potrebbe essere Cinecittà, in realtà, effetti speciali a parte, è tutto, appunto, reale), è più che una missione possibile.


Citazione finale d’obbligo, per lo spessore e la qualità del film, dedicata a La stoffa dei sogni di Gianfranco Cabiddu, come location l’isola selvaggia e fascinosa dell’Asinara, mescolanza di due testi di Eduardo De Filippo, "L'Arte della Commedia" e la traduzione che Eduardo fece de "La tempesta" di Shakespeare. Il film ha fatto incetta di premi, in Italia e all’estero, a partire dal David di Donatello per la miglior sceneggiatura non originale, con due bravissimi attori come Sergio Rubini ed Ennio Fantastichini sugli scudi. Opera da vedere o rivedere, assolutamente. Perché se cinema e teatro decidono di parlare - bene - in sardo funzionano egregiamente. Anzi, per così dire, si licet, già fanno. Eccome.   (Massimiliano Messina)

 

 

 

 


 
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17-10-2018
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