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    22 febbraio 2019
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VOCI ALTE (Diario di viaggio dal “Cabudanne de sos Poetas”)

Voci alte. Sono quelle che sono risuonate fra i vicoli di pietra di Seneghe, che da dodici anni accoglie il Cabudanne de sos Poetas, il Settembre dei Poeti. Voci alte, regalate dalla poesia, ma non solo. Tutto “A voce alta”, il titolo e il fil rouge che hanno contraddistinto l’edizione di quest’anno, ricca, ricchissima, di nomi, di eventi, con l'organizzazione e il coordinamento, come sempre, dell'associazione Perda Sonadora, anima Mario Cubeddu, e la prima direzione artistica di Robero Magnani (che ha raccolto l'eredità da personalità come Franco Loi e Mariangela Gualtieri), del Teatro delle Albe di Ravenna, amico e anima anche lui da diversi anni del festival. Il cui tempo è già passato, ma che lascia, integro, quello della poesia, che rimane, non è passato, è ancora presente. A voce alta, in silenzio. L’ossimoro può sembrare singolare, ma la poesia, detta più che letta, si fonde con il silenzio, quello dell’ascolto, quel silenzio quasi sacrale che ha accompagnato tutti gli eventi, il rispetto profondo della comunità seneghese verso quello che non è un festival ma un rito collettivo a cui, "religiosamente", partecipare. Nei luoghi del paese, che anch’essi, con i loro nomi, sono mappa poetica: Partza de sos Ballos, Putzu Arru, Prentza de Murone, Giardino di Su Lare.


Voci alte. Che sono venute anche da lontano. Come quella di Bejan Matur, poetessa curda, che ha vissuto in Turchia la terribile esperienza della prigonia e della tortura. Nonostante questo, ha risposto scrivendo in lingua turca, non la sua lingua, quella dell’intimità, della sua sfera emotiva più profonda. Quando ha letto le sue poesie, in una Partza de sos Ballos gremita, si è sentita l’affinità tra il suo popolo e quello sardo: il Kurdistan, come un’isola, lontano e separato dal centro. In turco legge “Figli cresciuti dalla luna” (le sue raccolte sono inedite in Italia), “Mediterraneo”, dedicato ad Antonio che canta in sardo (in Francia, durante un festival, aveva sentito esibirsi un coro a cuncordu). Sviscera i temi della guerra - è stato al centro delle anteprime del Cabudanne – della sofferenza, del conflitto. Sono anche versi di sangue, ma portano dentro una vena emotiva intima fatta di malinconia, nostalgia e delicatezza. Ancora di più quando ha letto in curdo quattro poesie inedite, come “Sguardo”: Io non ti ho detto di andare / Io ti ho detto di restare.I tuoi occhi / I tuoi sguardi / Dalla notte dei tempi in qua / Sembrano noti / Tra di noi… Ho sempre detto / Se te ne vai / Non resterò solaCi sono le montagne… I versi della Matur sono straordinariamente musicali (si sente come un compositore quando scrive, ha detto). Il curdo è la lingua della madre (“Torna”: Mia madre dice / Torna torna torna / Vienimi vicino / Mia madre dice / Lontano, no non andare / Le montagne lontane sono piene di lupi…), le poesie sembrano una nenia, una ninna nanna, chi ascolta sembra coglierne già il significato prima della traduzione: la voce della poetessa è cambiata, si è fatta più dolce, calda, emozionata, vibrante. Ancora, “Notte”: Come la notte è il mio cuore / Mentre tutto piange... E poi “Vento: Un vento leggero / Trasporta l’ombra della solitudine / Dalle montagne lontane / Fino a casa mia… Vento, Sardegna e Kurdistan non sono allora così lontani.

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Voci alte, voci altre. Come quella di Licia Lanera, giovane attrice di gran talento, Premio Ubu, che ha letto le sue fiabe oscure. E come quella del violoncello del musicista e performer olandese Ernst Reijseger, che ha sposato, sempre in Piazza dei Balli, il suo virtuosismo e funambolismo con le voci dei Cuncordu e tenore di Orosei, di casa al Womad di Peter Gabriel, il festival dedicato alla world music, giusto per capire il “tenore”. Reijseger è una stella del violoncello, spazia con nonchalance dal jazz alla classica, alla musica d’improvvisazione, nella quale è maestro. Quello che è venuto fuori è stato tutto tranne che un concerto tradizionale: voci alte, oltre i confini, senza limiti.  

A voce alta anche l’incontro dove Luca Sossella e Andrea Amerio hanno raccontato il loro navigare “irregolare” nel mondo dell’editoria, della poesia ma non solo. Fra episodi, aneddoti, ricordi: di Pinuccio Sciola (una sua pietra è incastonata a Seneghe in Corso Umberto 70), di Vittorio Gassman, Carmelo Bene (Sossella ha raccolto le loro registrazioni, la lettura di opere immortali, convinto che la trasmissione del sapere, nonostante internet, passerà sempre più attraverso l’oralità). E Bene sapeva cosa è l’attenzione verso la musicalità del verso, la sonorità della parola, la voce che diventa strumento, quando leggeva Byron o Leopardi o Campana, per rendere musica la poesia.

Voci altre, quelle registrate invece dalle poetesse Azzurra D’Agostino e Francesca Matteoni nel volume “Un ponte gettato sul mare”, pubblicato da Perda Sonadora, che ha raccolto i versi composti durante un laboratorio tenuto dalle stesse curatrici per gli ospiti di alcune case famiglia del territorio per sofferenti di disagio psichico: la poesia abbatte le barriere, può e deve.

***

Voci alte, in chiusura, a officiare il rito collettivo finale del Cabudanne. La prima, quella di Patrizia Valduga, tra le più autorevoli e importanti della poesia italiana contemporanea. Piazza dei Balli l’ha accolta generosamente, così come ha fatto con tutti gli ospiti, che si sono stretti per quattro giorni con la comunità seneghese. “Sono una grandissima traduttrice (John Donne, Mallarmè – non lo ama, ma afferma di averlo tradotto per soldi – Paul Valery, Moliere, Shakespeare, ndr), ma una piccola e pigra poetessa”, ha esordito, schermendosi vezzosamente. “Psicotica, ipocondriaca”, così si definisce. Ma nonostante ciò che dichiara, con forte dose di ironia, la Valduga è poetessa vera, performer dei propri versi che recita a memoria (“Sono una specie di distributore automatico di versi”). Non  legge ma lascia sgorgare un magmatico flusso di parole, riempiendo la scena con tono di voce volutamente suadente, ora cantilenante, ora quasi trascinata, e con consumata maestria, lei, compagna di Giovanni Raboni, poeta “alto”, traduttore, critico letterario, scomparso nel 2004. Mentre dice a voce alta le sue poesie – non ha letto le sue più erotiche, non ha voluto – la Valduga esprime la sua interiorità e le sue fragilità. Al di là della sua eccentricità, scudo e corazza, racconta liricamente se stessa e il mondo, smuovendo sentimenti universali. 

Terra alla terra, vieni su di me: / voglio il tuo vomere nella mia terra, / fiorire ancora traboccando e / offrire il fiore a te, mio cielo in terra… Càlati giù, o notte dell’amore, / fammi dimenticare la mia vita, / accoglimi nel seno del tuo cuore / liberami dal mondo e dalla vita… Nella sua poesia canta, senza reticenze lessicali, l’incontro fra uomo e donna, Patrizia Valduga, in “Cento quartine e altre storie d'amore” o in “Lezioni d'amore” (“Medicamenta”, “La tentazione”, “Donna di dolori”, Requiem”, “Corsia degli incurabili”, altre sue opere). Legge come sente i suoi versi, dice, come le riesce spontaneo. Ha sempre recitato a memoria i poeti amati, Prati, Pascoli, D’Annunzio (“una terapia anche per combattere gli attacchi di panico”). Per lei Foscolo, Leopardi, Manzoni non sono i “grandi” dell’800 (non è stata molto tenera neanche con Carducci). Lo sono Belli e Porta, la poesia dialettale, dell’uno in romanesco, dell’altro in milanese. Ha sciorinato ancora i suoi sonetti e le sue quartine, fulminanti, regalando qualche spruzzata d’eros. Vieni, entra e coglimi, saggiami provami... / comprimimi discioglimi tormentami... Poi fondimi e confondimi... spaventami... / nuocimi, perdimi e trovami, giovami. / Scovami... ardimi bruciami arroventami. / Incoronami. Eternami. Inargentami. Questi versi non li ha letti a Seneghe, ma in essi c’è molto della poesia della Valduga. In tanti, soprattutto giovani, l’hanno aspettata alla fine dell’incontro, per una foto, un sorriso, una firma. Lei, affabile, disponibile (i grandi sono così), anche se, sempre ironica, aveva prima detto: “Chi ha desiderio di conoscere l’autore del libro che ha amato è come chi dopo aver mangiato il paté vuole conoscere l’oca”. Risate. Impareggiabile, Patrizia.

Poi, verso la fine, prima del concerto di Bobo Rondelli (un omaggio, il suo, a Piero Ciampi, un poeta in canto) e dell’ultimo dei Racconti di Mezzanotte (che hanno chiuso tutte le serate), sul sagrato dell’antica chiesa di Santa Maria, illuminata di rosso fuoco, si è levata un’altra voce alta, altra presenza di peso al Settembre dei Poeti: la poetessa e attrice Marangela Gualtieri, fondatrice del Teatro Valdoca. Ha scritto il testo e recitato i versi di “Porpora – rito sonoro per cielo e terra”.

Canta i colori, la loro vitalità, il loro senso e spirito nel mondo, un canto intenso, potente, di una forza evocativa impressionante. Il blu, il verde, il celeste, il viola, il rosso, l’arancione (“c’è l’inizio e la fine del sole nel suo canto”), il nero, il porpora, appunto: “nel porpora c’è il canto di molte gole”.
Da “Fuoco centrale e altre poesie per il teatro” a “Senza polvere senza peso”, da “Bestia di gioia” al recente “Le giovani parole”, sempre e solo per Einaudi: opere che esprimono la forza della ricerca poetica della Gualtieri. Io parlo all'amore. Lo scortico dall'incrosto / nel sogno e ne faccio musica storta / ne faccio delicato vento che solleva o / dondola / e impollina al cuore. Alla scomposta / mente, impollina l'occhio con l'occhio / l'occhio con l'animale e viene il bello / che ci sviva, ci sviva tutti. Di più. Oppure: Ciò che non muta / io canto / la nuvola la cima il gambo / l'offerta il dono la rovina / apparente d'acqua che tracima / di tempesta e di onde. / Io canto il semplice del grano / e del pane la stessa festa che si tiene / fra le rose a maggio, la corsa / della rondine e il coraggio / dell'animale nella tana / quando gli esce il nato fra le zampe. Non sono versi tratti da “Porpora”, ma sono exempla della sensibilità che la poetessa cesenate ha la capacità di esprimere. Anche lei dice poesia a voce alta, attraversando le note, a tratti percussive, del pianoforte di Stefano Battaglia, che esaltano la sua scrittura sonora. Perché è la musica che cerca nel verso la Gualtieri, è quella che fortemente ha sempre cercato e vuole, mentre la luce color fuoco arde sulle pietre di Santa Maria. Ha detto e fatto poesia così, elegante, ora più fremente, ora più delicata, a voce alta. Intorno il silenzio. E il cielo, la terra, le stelle.

                                                                                                                                                                                                                             Massimiliano Messina

 

Le foto sono di Stefano Flore


 
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