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    22 febbraio 2019
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"Gli uomini vuoti"

“Siamo gli uomini vuoti / Siamo gli uomini impagliati…”. Così si apre la poesia “Gli uomini vuoti”  di Thomas Stearns Eliot. E paiono essenze senza terra, "impagliate", i personaggi che animano “Nord Nord Ovest”, lo spettacolo andato in scena al Ridotto del Teatro Massimo di Cagliari, dove il grande poeta angloamericano viene citato e parafrasato. I lacci della tradizione tengono, precariamente, in vita i quattro - due uomini e due donne - nella pièce firmata dal collettivo sassarese Meridiano Zero e prodotta da Sardegna Teatro (che lo scorso anno ha selezionato il progetto al Pitch Contest, il programma di sostegno ai giovani artisti sardi emergenti). Sul palco Francesca Ventriglia, Maria Luisa Usai, Felice Montervino e Marco Sanna, che ha curato anche la regia, dopo aver diretto lo spettacolo “Cento”, tratto dal testo di Michela Murgia e che ha visto impegnata parte della compagnia.

In “Nord Nord Ovest” non sono le parole a parlare ma, soprattutto, i segni. La scena, di Sabrina Cuccu, è già esplicativa: le pareti sono ricoperte di pellicola trasparente, come bava di baco da seta a chiudere in un bozzolo i personaggi in cerca di identità, o meglio, di libertà per vivere una nuova vita. Scena quasi lugubre, come quasi da funerale sono gli abiti retrò, i quattro sembrano listati a lutto: è il tentativo di separazione da ciò che è stato, dal peso del passato, dalla consuetudine, dalla tradizione, appunto, che li rende “vuoti”. Incombono dall’alto molti sacchetti di plastica - come quelli per i pesciolini rossi (facile la metafora, anch’essi imprigionati in qualche modo) - da cui gocciola acqua a scandire e segnare il tempo. Così come incombe sulla scena un grande specchio, obliquo. E al centro campeggia una tavola che viene finemente apparecchiata, illuminata da una fioca luce di candele, desco frugale (si consumano brodo e pane) da cui prende vita un rituale ossessivo di gesti e parole, coazione a ripetere di un cerimoniale ormai superato e privo di significato, sospeso tra vita e morte.

“… Le nostre voci secche, quando noi / Insieme mormoriamo / Sono quiete e senza senso / Come vento nell’erba rinsecchita…”. Non hanno personalità i quattro, ma comunque vivono, in una ”terra desolata”, per citare ancora  Eliot, in un limbo sospeso fra il non più e il non ancora. “Figura senza forma, ombra senza colore / Forza paralizzata, gesto privo di moto…”: “Qualcuno venga a sconfiggerci”, pronuncia una delle due donne, “noi siamo incapaci di resa”. Non sanno chi sono, cosa dicono (i dialoghi sono ridotti all’osso oppure si ascoltano flussi di parole vacuamente ripetute, o vengono sciorinati luoghi comuni in serie), cosa fanno. Ogni tentativo di fuga è inutile: la fune della tradizione li tiene al laccio (una metafora che si esplicita in scena). Aspettano beckettianamente il nulla, forse, sono comunque in attesa di qualche accadimento fra angoscia e inquietudine: questi sono i sentimenti che evocano i quadri rappresentati in scena.     

“… Questa è la terra morta / Questa è la terra dei cactus…”: il grande specchio diventa schermo, un video (di Nicola Di Mille) rimanda immagini dei quattro personaggi che si osservano, in vita ma persi. E poi di altri quattro: la modernità si mostra con la sua faccia più rozza e ignorante.
“…E’ questo il modo in cui finisce il mondo / Non già con uno schianto ma con un lamento”
: così Eliot chiude “Gli uomini vuoti”. Uno dei personaggi pronuncia una frase parafrasando quei versi (una delle donne: “Uno schianto? E’ così che finisce il mondo?”,  scoppiando a ridere). Forse per i quattro resiste quel mondo obsoleto, o finisce veramente, con i movimenti rituali di un balletto eseguito in sync, come tradizione vuole.

Tutti bravi gli attori, lo spettacolo porta in sé spunti interessanti e di riflessione profonda, tenendo conto che il tema trattato non è facile da affrontare drammaturgicamente. Nella seconda parte della pièce forse si palesa qualche passaggio a vuoto nel plot o forzatura (come la performance, eccessivamente caricata, di una delle due donne, che diventa disperata esibizione liberatoria). Ma nel complesso “Nord Nord Ovest" (titolo che richiama la provenienza geografica del gruppo sassarese, ma che alla fine identifica un non luogo) riesce a convincere. E realtà come Meridiano zero vanno incoraggiate, perché hanno in potenza elementi di novità da innestare nel panorama teatrale regionale. 

                                                                                       

                                                                                       Massimiliano Messina 

 

 

 

 


 
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