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    16 ottobre 2019
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Gli “Incendi” di Mouawad

   “Ci sono verità che non possono essere rivelate se non a condizione di essere scoperte”. Nawal, anziana, lo dice quando va ormai sciogliendosi l’enigma di “Incendi”, lo spettacolo di Sardegna Teatro tratto dal testo di Wajdi Mouawad, drammaturgo, regista, attore libanese, fuggito, bambino, con la famiglia dalla guerra civile nel suo paese prima a Parigi, poi in Canada. La messa in scena, con la compagnia del Teatro di Sardegna e la regia di Guido De Monticelli, ha accompagnato al Teatro Massimo di Cagliari il Festival della Filosofia, che quest'anno ha affrontato proprio il tema del conflitto, quattro giornate in cui gli ospiti hanno dialogato su “L'infinito fratricidio. Capire il male: storia, memoria, catarsi”.

Storia, memoria, rivelazione, catarsi: gli “incendi”, le esplosioni disseminate lungo lo sviluppo della drammaturgia di Mouawad, e dello spettacolo. Chi era Nawal? L’indagine parte dal momento della sua morte, quando i figli gemelli, una femmina, Jeanne, e un maschio, Simon, che vivono in una città occidentale (in Canada?), vengono convocati dall’esecutore testamentario. Due lettere: una per lei (“Questa busta non è per te. È destinata a tuo padre. Il tuo e quello di Simon. Ritrovalo e dagli questa busta”), e una per lui (“Questa busta non è per te. È destinata a tuo fratello. Il tuo e quello di Jeanne. Ritrovalo e dagli questa busta”). La ricerca di un padre e di un fratello - a Nawal, giovanissima, era stato sottratto appena nato dal clan familiare – si trasforma in un viaggio all’indietro alla scoperta di una madre, che negli ultimi anni di vita era stata estranea ai propri figli, chiusa in un silenzio ostinato quanto enigmatico: di certo i gemelli sapevano che il padre era morto in un incidente e di essere soli, senza altri fratelli.

Sullo sfondo la guerra civile in Libano, all'epoca dei conflitti arabo-israeliani della fine degli anni ’70, il cui clima è sottolineato nella pièce dalle musiche di Alessandro Olla (la colonna sonora è corroborata dalle citazioni di brani dei Supertramp e dei Police) ed evocato dalle scene, di distruzione e macerie, di Fausto Dappiè. Simon (interpretato da Corrado Giannetti, ben calato nella parte) rifiuta inizialmente le nuove rivelazioni: verso la madre esprime odio, disprezzo, che solo alla fine riuscirà a sublimare. “Dove mi stai trascinando, mamma?”, si chiede Jeanne (una misurata Giorgia Senesi). Mouawad mescola passato, presente, luoghi della giovinezza e della contemporaneità, e la regia di De Monticelli asseconda, in modo funzionale, questa continua oscillazione tra ciò che Nawal ha vissuto e ciò che ora la figlia riscopre della madre.

Parti, Nawal, parti! Prendi la tua giovinezza e tutta la felicità possibile e lascia il villaggio… Impara a leggere, a scrivere, a contare, a parlare: impara a pensare. Nawal. Impara”. Così disse Nazira, la nonna, in punto di morte. “Non scriveranno niente sulla lapide perché nessuno di loro sa scrivere. Tu, Nawal, quando saprai farlo, torna e incidi il mio nome sulla lapide”. E Nawal (una vitale e credibile Agnese Fois, ventiquattrenne attrice) manterrà la promessa: studierà, e inciderà il nome di Nazira sulla lapide. Incontrerà Sawda (una convincente Marta Proietti Orzella), sua compagna di percorso, a cui insegnerà l’alfabeto. Cantavano, Sawda e Nawal, ricordata da chi l’ha conosciuta come “la donna che canta”, mentre vedevano scoppiare la guerra civile che distruggeva il loro paese. Nawal lo ha cercato il figlio nato dall'amore con Wahab (Leonardo Tomasi, altro giovanissimo attore), senza trovarlo. E’ diventata una guerrigliera, ha avuto il coraggio di sparare al capo dei miliziani, è stata per questo incarcerata. Anche Nihad ha cercato sua madre, ma è diventato un abile cecchino, poi torturatore nella prigione di Kfar Rayat, cambiando il nome in Abou Tarek. E’ lì che incontra senza riconoscerla “la donna che canta”, Nawal, sua madre (la puttana 72, questa la sua identità in carcere). La violenterà. Lei partorirà due gemelli. Ecco la tragica struttura edipica della verità: il figlio portatole via è allo stesso tempo padre e fratello di Jeanne e Simon, allevati fuori dalla prigione, con i nomi di Jannaane e Sarwane, e poi restituiti alla madre dopo la prigionia.

Un testo tesissimo e intensissimo, carico di squarci di lirismo poetico e durezza, macchina teatrale raffinata, quella di Mouawad, anche se la riduzione di qualche parte meno topica avrebbe forse giovato, o potrebbe ancora giovare, all'adattamento, rendendolo ancora più efficace.

Da sottolineare la prova della compagnia del Teatro di Sardegna, che si muove compatta in una messa in scena e nella resa di una drammaturgia decisamente impegnative. Tutti meritano di essere citati: da Lia Careddu (Nawal anziana) a Cesare Saliu, da Maria Grazia Bodio a Marco Spiga, da Maria Grazia Sughi a Luigi Tontoranelli, a Paolo Meloni. Lo spettacolo, nel prossimo ottobre, sarà ospitato in un palcoscenico prestigioso, quello del Piccolo di Milano.

Jeanne e Simon troveranno alla fine il loro padre/fratello. Nawal ai figli, nella sua ultima lettera: “Quando queste buste saranno consegnate ai loro destinatari, vi sarà data una lettera, il silenzio sarà rotto. E una lapide potrà allora essere posta sulla mia tomba. E il mio nome sulla lapide sarà inciso sotto il sole”. Il cerchio si è chiuso e la verità è affiorata, terribile, atroce, ma catartica e, pur nella sua tragicità, riunificante: “Adesso che siamo tutti insieme va meglio”.

 

                                                                                       Massimiliano Messina

 


 
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