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    15 luglio 2019
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"Il quinto passo" non è l’addio

“L’ho sposato per allegria”, ha detto Rossana Copez al termine del reading con cui molti scrittori sardi gli hanno voluto rendere omaggio nel pomeriggio di una domenica di gennaio al Teatro Massimo di Cagliari. Giovani, che non l’hanno conosciuto ma letto, meno giovani, che l’hanno conosciuto, amici, non amici, quasi tutti “figli” suoi, essendo considerato l’iniziatore di una nuova scuola letteraria sarda. Sergio Atzeni è scomparso quasi vent’anni fa, nel settembre del 1995. Troppo presto, tragicamente, perdendosi nel mare di Carloforte. L’ha sposato per allegria, Rossana Copez, la sua compagna di vita e parole. Sergio, che amava la musica, il jazz (e Gavino Murgia ha tessuto magistralmente con i suoi sax i fili musicali delle letture), il fumetto (e a Parigi, in contemporanea, il mondo sfilava per la libertà contro il terrorismo islamico, “Sergio sarebbe stato lì”, anche lui sarebbe stato “Charlie”), il calcio (“Aveva iniziato come giornalista sportivo”, e sarebbe stato al S.Elia ad assistere alla prima vittoria casalinga del Cagliari in questo campionato). Se fosse stato ubiquo, avrebbe cercato di essere nello stesso tempo al Massimo, allo stadio, in Francia, lui che si sentiva “s’ardo” (danzatore di stelle), italiano, europeo, arabo, ebreo.

“Passavamo sulla terra leggeri”: Atzeni su questa terra ci è passato, pesante, lasciando impresse le sue impronte, cantore di una Sardegna tanto vera e cruda quanto fantastica e mitica. E Milena Agus, Francesco Abate, e Soriga, Marrocu, Muroni, Picciau, Pisano (lungo l’elenco degli autori in campo), tutti insieme per l’occasione, organizzata da Lìberos (“In tre notti”, ha confessato il presidente Aldo Addis), in collaborazione con il Teatro Stabile della Sardegna, raccogliendo una “folle” idea” del fotografo Marco Alberto Desogus: riunire in una foto “storica” gli scrittori sardi, come i jazzisti ad Harlem nel 1958 nel celebre scatto di Art Kane (l’immagine farà parte del libro fotografico - ancora in fieri – “Un mondo comune”).

Lo hanno ricordato e salutato con pensieri propri e passi tratti dai suoi romanzi e racconti più conosciuti: da “Il figlio di Bakunin” a “Passavamo sulla terra leggeri”, dai “Racconti con colonna sonora” a “I sogni della città bianca” (di “Bellas mariposas”, forse, troppo difficile l’interpretazione del flusso di parole di Cate). Salvatore Mannuzzu, al telefono, come l’ex ministro della Cultura Massimo Bray, e Marcello Fois, Michela Murgia, Bruno Tognolini, con una sua filastrocca. Celestino Tabasso: “Peccato che non esista una Spoon River degli odori persi, di cose e persone, ma il profumo di ciò che ha scritto Atzeni si sente ancora e sopravviverà, anche a noi. Godiamocelo!”. Gianni Zanata, in veste più di attore che di scrittore e giornalista, ha interpretato un esilarante brano  da “Il quinto passo è l’addio”. Giulia Clarkson ha recitato alcuni acuti “lamenti” su “Fiere e mostre del libro”. Antonio Setzu, il “custode del tempo”, Ruggero Gunale, Carluccio il matto, Tonino Camboni, sono baluginati sul palco. 

La sua Karale – Cagliè – Cagliari – Kasteddu, in una domenica semifredda e di sole, ha risposto, sì, ma un po’ tiepida, non erano poche le poltroncine del Massimo rimaste vuote. Ma la città di Sergio Atzeni è così, tanto amabile quanto, talvolta, indolente e dalla memoria corta, soprattutto nel dì di festa, fra le tre e le cinque del pomeriggio. Le “assessore” alla Cultura, regionale e comunale, Claudia Firino (ha letto un breve brano da “Il quinto passo”, libro da lei amato) ed Enrica Puggioni hanno assicurato che quest’anno la memoria dello scrittore cagliaritano verrà omaggiata, a più riprese. C’è da augurarsi, allora, che in quel meriggiar domenicale il “quinto passo” non sia stato l’addio.

                                                                            Massimiliano Messina

 

 


 
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