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    15 luglio 2019
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La musica pietrificata di Sciola per Turandot

La musica è architettura svolta, mentre l’architettura è musica pietrificata”. Così Göethe spiegava il rapporto tra musica e architettura. E in questo pensiero c’è l’arte di Pinuccio Sciola, le sue Pietre e, ancora di più, le sue Città sonore. Forme geometriche dal design ardito, sculture architettoniche che richiamano i grattacieli di metropoli contemporanee o futuristiche, futuribili. Riprodotte con perizia dalle maestranze del Teatro Lirico di Cagliari, ora dominano, monumentali, insieme alle altre creazioni dell’artista sardo, le scene della “Turandot”, inserita nel cartellone estivo della stagione operistica.

Prima o poi doveva incontrarla la grande musica di un’opera lo scultore di San Sperate. Puccini e Sciola: “binomio fantastico, miracoloso”, lo ha definito Philippe Daverio, che al Lirico è approdato per presentare il capolavoro ultimo, incompiuto, del compositore toscano (scomparve nel novembre del 1924, lasciando a metà il terzo atto, poi completato da Franco Alfano).

Primordialità, della pietra, e modernità, della musica - Puccini con “Turandot” si aprì alle nuove sonorità degli inizi del ‘900 - e delle scenografie, si fondono in un allestimento scenico “invasivo”, che “deve abbracciare il pubblico, coinvolgerlo emotivamente”. Già all’ingresso del teatro si entra nel mood della Turandot “scioliana”: una gigantesca scultura architettonica troneggia, fermata solo dal soffitto, al centro dello spazio. All’esterno si proietta verso l’alto per quindici metri un altro maestoso elemento di Città Sonora. E nel foyer, su pannelli neri che rimandano luce e prospettive, si snoda un omaggio dello scultore al mondo di Turandot, un’esposizione di segni e ideogrammi che sanno d’Oriente. “Il teatro non è solo il riquadro dove si svolge la scena, il teatro è la vita, fa parte del contesto urbano e le scenografie devono invaderlo. Il pubblico deve percepire questo”, dice lo scultore. “L’arte ha il compito di scuotere gli animi, di provocare”. E le scenografie di Sciola, così “primigenie” e ipercontemporanee allo stesso tempo, tendono fino all’estremo le corde visive ed emotive di chi guarda. Pechino, “città proibita” di pietra: “Partendo dalla musica meravigliosa di Puccini, con le mie sculture architettoniche ho voluto pensare alla Cina di oggi, reinterpretarla”. 

Le scenografie dell’artista sardo per l’opera pucciniana, un’intuizione dell’attuale sovrintendente del Lirico. “Il rapporto con Mauro Meli parte da lontano”, racconta, mentre in sottofondo si sentono le prove dell’opera, il coro, le voci dei cantanti, e il pianoforte accenna “Nessun dorma”. “C’è sempre stata l’idea di realizzare qualcosa per il Teatro. Ho trovato dei collaboratori straordinari, molto preparati, ho trascorso con loro alcuni mesi meravigliosi. Tra le fondazioni liriche in Italia poche possono avvalersi delle professionalità che si hanno a disposizione a Cagliari”.

“Turandot” è considerata un’opera fiabesca, anche se la lettura data dallo scultore di San Sperate è decisamente “noir”: “La “Turandot” non è una favola, è un dramma, dove scorre anche il sangue”. Prima di cedere ad Amore, la principessa è una donna algida, sanguinaria. I principi suoi pretendenti muoiono decapitati per non aver saputo risolvere gli enigmi da lei proposti. “E’ una metafora della crudeltà del potere. Ho tenuto conto anche di questo elemento nel concepire le scenografie”. Ha creato dodici maschere originali, pietre sonore dall’espressione inquietante, le teste dei dodici uomini fatti giustiziare da Turandot, prima dell’avvento del principe Calaf che la trasformerà in donna imnamorata. E un’immensa pietra sonora diventa il trono di Altoum, imperatore della Cina: “E’ la rappresentazione del potere, quello del passato come quello di oggi, della finanza, delle banche, delle mafie. Se un artista non è in grado di attualizzare è fuori tempo”, sottolinea Sciola. L’auspicio, o meglio, la sua ferma volontà: che la nuova produzione del Teatro Lirico con le sue scenografie possa trovare un’eco anche, e soprattutto, a livello internazionale: “Con i potenti mezzi di internet oggi basta un click per far conoscere ciò che sappiamo realizzare in Sardegna: bisogna valorizzare al massimo le professionalità straordinarie del Teatro”.

Il suo amico Daverio lo ha definito “barocco”, per la capacità di andare al di là di ciò che è già definito, “anticlassico” e – non glielo aveva mai detto - “pitagorico”, perché con le sue opere sa mettere in relazione intima i numeri con il cosmo e la sua origine. “Nelle mie sculture architettoniche c’è la matematica, certo, la geometria delle linee e delle forme Ma, in particolare, mi sono emozionato quando Philippe ha detto che io dialogo con il magma”. Con il flusso originario del mondo, appunto. Daverio ha parlato anche di arte e del suo bisogno di sorprendere. “Etonne-moi”, disse il ballerino-coreografo Nijinski all’ancora giovane scrittore e drammaturgo Cocteau, ha raccontato il critico. “Sorprendimi”. E’ quello che Sciola riesce a fare magistralmente con le scene della “sua” Turandot. Sorprenderci. 

                                                                                 Massimiliano Messina

 

 

Foto di Ivan Capra per SardiniaFashion.com


 
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15-07-2019
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