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    21 agosto 2017
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Enosim

Il posto delle anime

“Enosim”, dal nome che i Fenici diedero all’Isola di San Pietro in Sardegna. E’ il titolo della mostra fotografica del francese Thierry Konarzewski, curata da Raffaella Venturi, che viene ospitata fino al 14 maggio al Cartec - Cava Arte Contemporanea, affascinante spazio, propaggine nei Giardini Pubblici di Cagliari della Galleria Comunale d'Arte. Una mappatura di inquietanti presenze, volti che il fotografo trova e ritrae nella morfologia di plastiche consumate, mutilate e rotte; di bidoni, fustini, taniche, bottiglie, rifiuti arrivati dal mare e approdati sulle coste dell’Isola di San Pietro, nelle calette di Carloforte più esposte a venti e correnti. Sono zone frequentate con assiduità da Konarzewski alla ricerca di seducenti sguardi sottotraccia,  in rapporto dialettico, oltre che formale, con la morte delle cose. Argomento nevralgico, quindi, anche molto frequentato dall’arte contemporanea, ma affrontato dal fotografo francese con un approccio e un lavoro di ricerca del tutto singolari.


LA MOSTRA

La mostra è stata presentata all’Espace Fondation EDF di Parigi nel 2015 e a luglio 2016 a Carloforte, “Enosim” verte su un tema oltremodo attuale che, grazie alla poetica di Konarzewski, diventa un monito, un’edificante lezione:  quella del rispetto per l’ambiente e della ricaduta su di esso dei nostri gesti.
Si tratta di una galleria di 27 ritratti in grandi dimensioni (150 x 100 cm.) che non possono lasciare indifferenti, per forza espressiva ed evocativa. “Entità erranti”, le definisce il fotografo, che solo il suo sguardo sa riconoscere e alle quali dona un’anima e una forma di bellezza, “una bellezza pericolosa, perché ci sopravvivranno”, come coscienza cattiva di una civiltà.

I volti che Konarzewski trova e ritrae sono a volte piccole plastiche, resti di polistirolo che stanno in una mano. È una mutazione anche di dimensioni, quella che sceglie il fotografo, che non lavora in postproduzione se non, appunto, per ingrandire, perché si vedano meglio quei fantasmi, quelle anime che fuoriescono da oggetti di cui l’uomo si è voluto liberare in spregio alla natura.  
“Vedere nel piccolo il grande, nella perdita della forma una nuova forma, nella fine della storia una nuova storia. E aspettare, soprattutto, che sia la luce a rivelare. La luce come epifania, come ultimo baluardo di vita, per questi scarti di umanità”.

Così la mostra provoca lo stupore che si prova di fronte a un oggetto noto quando appare completamente trasmutato nella sua forma più consueta e diventa un dispositivo molto più potente, pregno di significati. Come il flacone di detersivo che usiamo e buttiamo, che ritorna come fantastica apparizione dopo aver attraversato i mari ed essere divenuto, in questo suo errare, parte di un mondo animistico rivelato dallo sguardo di Konarzewski, che ha assorbito le suggestioni spirituali del villaggio del Benin in cui è nato. (*I testi sono tratti dalle note di presentazione della mostra).

***

Nato in Africa il 5 aprile 1960, Thierry Konarzewski trascorre il suo tempo tra Francia e Italia. Direttore artistico di agenzie pubblicitarie, scultore e fotografo, dal 2005 lavora sui temi del caos e del mutamento attraverso lavori fotografici incentrati su relitti e zavorre, intesi come metafora dell’anima umana, della nostra relazione con il corpo, della morte e del sacro.




03-05-2017
 


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21-08-2017
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