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Teatro da Camera 2010

da gennaio a maggio, teatro, musica, proiezioni...

IL TEATRO DA CAMERA 2010

            La Fabbrica Illuminata ripropone a Cagliari la collaborazione con la Galleria Capitol di piazza del Carmine, collocando in quello spazio l’intera rassegna del Teatro da Camera 2010.

         Ad inaugurare la stagione sarà un doveroso omaggio alla memoria di Alda Merini con la lettura di una antologia che abbiamo deciso di intitolare “Ballate non pagate”, una raccolta che rappresenta forse il punto più alto della sua produzione poetica; ed una serata in ricordo di Eric Rohmer, il grande regista francese appena scomparso, con la proiezione de “La marchesa von O...”, un caposaldo del cinema in costume ispirato al racconto di Von Kleist, Gran Premio della Giuria di Cannes, e interpretato da attori della Schaubühne di Berlino che lavorano abitualmente con Peter Stein.

         Con cadenza settimanale, proporremo 8 proiezioni di un ciclo intitolato “Le creature del cielo”, che riaprirà il discorso da noi proposto nel 2007 sul tema “cinema e omosessualità”, dibattendo il problema dell’omofobia, reso così attuale dalle decine di aggressioni avvenute in tutta Italia ai danni di coppie gay.

         Per festeggiare l’8 marzo, giornata dedicata alla donna, proietteremo il film di Alina Marrazzo “Vogliamo anche le rose”, un documentario che racconta il profondo cambiamento portato dalla liberazione sessuale e dal movimento femminista in Italia a cavallo tra gli anni sessanta e settanta.

         La tematica legata allo sviluppo di un teatro in grado di esprimere un’identità della Sardegna,  offrendo al tempo stesso una riflessione sulla storia e la memoria dei sardi, verrà affrontata nel corso di 3 “reading” riservati ad autori come Michelangelo Pira, Giuseppe Dessì e Giulio Angioni.

         Ma la nostra continua attenzione per la drammaturgia italiana, particolarmente per quella legata alla figura della donna, viene confermata con la proposta di 3 atti unici dei quali sono protagonisti dei personaggi femminili, che esprimono con minuziosa e maniacale precisione la quotidianità di chi sta ai margini e vorrebbe condividere con qualcuno un frammento di esistenza. ribadendo come la solidarietà umana sia il primo irrinunciabile valore. I testi sono di Laura Betti, Annibale Ruccello e Giulio Angioni.

         Viene celebrato in tutto il mondo il centenario della nascita di Eugène Jonesco, e come abbiamo fatto nell’anniversario di Samuel Beckett, intendiamo allestire per l’occasione uno dei suoi testi meno conosciuti, “Esercizi di conversazione e dizione in francese per studenti americani”.

            Un nuovo ciclo di 8 proiezioni verrà da noi riservato a quel genere che va sotto il nome di “jazz-movie”, fenomeno trasversale alla produzione audiovisiva di cui il jazz è la massima espressione. Il filo rosso che lega la rassegna è uno solo: la storia del jazz attraverso il cinema.

            Il repertorio del “Teatro Canzone” è sempre stato al centro della nostra attività. Pertanto nel corso della stagione riproporremo due serate musicali dedicate al repertorio di Giorgio Gaber, Dario Fo e dei Cantacronache, “Libertà di canto” e “La valigia dell’attrice”.

         La Fabbrica Illuminata intende, inoltre, sviluppare il rapporto avviato con i bambini negli anni passati - grazie alle lezioni del “solfeggio divertente” tenute da Cecile Rabiller - proponendo in alcune domeniche, di mattina, un ciclo di proiezioni dei film di animazione realizzati da quel genio del cinema cecoslovacco che fu Jiri Trnka, la cui influenza viene oggi riconosciuta dagli autori del cinema d’animazione di tutto il mondo.

         E per finire, il regista Marco Parodi festeggerà nel 2010 le “nozze d’oro” con il teatro, presentando due libri che raccolgono le sue esperienze di professionista dello spettacolo, dal 1960 ai giorni nostri. Alla serata interverranno i collaboratori e gli amici che gli sono stati vicini in tutti questi anni.

mercoledì 27 gennaio, ore 21

“BALLATE NON PAGATE”

Ricordo di Alda Merini

  a cura di Marco Parodi

con la partecipazione di Rita Atzeri, Grazia Dentoni, Daniela Musiu, Elena Pau,

alla chitarra Marcello Verona

 

 “Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita, e la vita è spesso un inferno... Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara.”

(Alda Merini, Intervista sul Corriere della Sera)

   

    Quella di Alda Merini, appena scomparsa, sembra poesia che muove attorno a un dolore radicale, assumendo multiformi aspetti: di ferita biografica, di incubo mentale, di ansia ascetica, di lutto per le esistenze condivise, recise dalla morte. Ma i versi della poetessa si aprono a feconde contraddizioni e nel momento stesso in cui articolano la loro poetica del dolore dichiarano un senso panico della vita che ha gli accenti di una felicità sensuale, ingorda di biologia, di erotismo, di ritmi terrestri e cosmici.

    Poesia, amore, follia, entrano contemporaneamente nella vita di Alda Merini, finché in lei non matura la forza per gestirla, con il potere della parola. Nel raccontare gli anni passati in manicomio, denuncia l’esperienza più dolorosa: l’ordine da parte di un medico di non innamorarsi. Alda Merini non ha alcun pudore nei confronti della propria malattia, ma una lucidità che la domina, la redime portandola oltre lo spazio e il tempo. L’amore diventa per lei l’unico antidoto possibile alla pazzia, ed è stato, per la più grande poetessa italiana contemporanea, il pane che ha nutrito i suoi versi e l’ha mantenuta vitale, nonostante la sofferenza fisica.

    La personale vicenda di emarginazione si fonde con la realtà quotidiana del quartiere milanese dei Navigli, con le piccole storie e i personaggi bizzarri che lo animano: in un ribollire di attimi ed emozioni rubate, vissute per sempre. E viene suggellata con la forza del mito, con le cadenze sacrali, quasi liturgiche, che caratterizzano lo stile della Merini e che fanno di questa autrice una delle voci più forti della realtà contemporanea.

 

    Alda Merini nasce a Milano il 21 marzo del 1931, dove muore nel novembre 2009. A quindici anni scrive le prime poesie ed inizia a frequentare l’ambiente letterario milanese. Compaiono intanto i primi segni della malattia che la costringerà a entrare e uscire dagli ospedali psichiatrici. Ogni volta troverà nella scrittura la forza di riemergere da quell’inferno destinatole dalla vita. Nel 1965 inizia il doloroso periodo di internamento all’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano, che dura fino al 1972. Nel 1979 riprende a scrivere, ma il ritorno nel mondo letterario è doloroso e difficile. Sono anni di intensa scrittura, che spesso appare in piccolissime tirature, a volte in edizioni private dedicate agli amici. Finché nel 1993 riceverà il Premio “Eugenio Montale” che la consacrerà definitivamente come poetessa di straordinaria evidenza.

    E’ vissuta fino alla fine nella casa milanese sul Naviglio in cui si era trasferita prima con il marito e le quattro figlie, e poi, per qualche anno, con Titano, che faceva il clochard sulle panchine di Milano. Poeti, vagabondi, operai uomini dall’esistenza semplice ma inquieti nell’animo, hanno scandito la vita di Alda Merini tra amore, follia, crudeltà, spesso senza capirla, a volte con un sentimento di inadeguatezza, di smarrimento, di solitudine.


(proiezione)

venerdì 26 febbraio, ore 21 “Ricordo di Eric Rohmer”

 

“LA MARCHESA VON O.....”

 

di Eric Rohmer, da una novella di Heinrich Von Kleist

con Edith Clever, Bruno Ganz, Edda Seippel, Peter Luhr, Otto Sander. Durata 107’. Francia 1976.

 

       Con questa proiezione intendiamo ricordare Jean-Marie Maurice Schérer, alias Eric Rohmer, scomparso l’11 gennaio scorso, con uno dei suoi film più curiosi e innovativi, “La marchesa von O....”, ispirato al racconto di Von Kleist, girato in tedesco con una cast di attori presi dal palcoscenico della Schaubühne di Berlino diretta da Peter Stein. Eppure siamo lontani anni luce dal cosiddetto “teatro filmato”, anche se la geniale fotografia di Néstor Almendros mira a ricostruire dei veri e propri tableaux vivants di quadri famosi, sulla scia di quanto ha fatto Kubrick con il suo “Barry Lindon”.

         La sceneggiatura ricalca filologicamente il racconto di Henrich Von Kleist, ambientato nella Lombardia del 1799 invasa dai soldati russi, ma parte del successo del film fu dovuta ad un curioso malinteso in cui “caddero” molti spettatori. La “O” del titolo richiamò, involontariamente, uno dei romanzi di successo del 1975, da cui fu tratto anche un film, “Histoire d’O” di Pauline Réage. Il titolo si trasformò così in una sorta di specchietto per le allodole, riuscendo a far conoscere Rohmer anche ad un pubblico del tutto digiuno di racconti morali. E dire che “La Marchesa Von O....” è uno dei film più casti di Rohmer, in grado di rinfrescare il valore delle grandi parole, dei sentimenti eterni e del rifiuto al compromesso quotidiano, che al regista appariva come la sigla del nostro tempo.

         Il racconto è basato sulla contrapposizione fra due personaggi: la donna sedotta in stato di torpore, che accetta tutte le conseguenze del suo smarrimento, e l’ufficiale che ha commesso la colpa in un raptus e non cerca di sfuggirne le responsabilità. La mano di Rohmer sembra avvicinarsi alle radici del romanticismo, modernizzandolo e spogliandolo di ogni fronzolo letterario, senza tuttavia toglierne il mistero e conservando intatta la severa aristocraticità del linguaggio.

         Altro particolare inedito nella filmografia di Rohmer è quello di aver girato il film in tedesco, curando poi personalmente il doppiaggio in francese di attori importanti come Bruno Ganz e Otto Sander.

         La proiezione al festival di Cannes del 1976 fu accolta con grandi applausi ma anche con aspre critiche e sincero stupore da parte di chi amava il Rohmer minimalista dei “Racconti morali”; e tuttavia ottenne il Gran Premio Speciale della Giuria, un BAFTA (prestigioso premio britannico) per i migliori costumi e il National Board of Review Awards americano come miglior film straniero.


  “PER UN TEATRO DEI SARDI”

« Ci sono cose che per capirle serve tempo ed esperienza; e cose che quando uno ha esperienza non le capisce piu'. Cose che per fortuna si dimenticano e cose che per fortuna si ricordano; e cose che si credono dimenticate e che invece un giorno all'improvviso ritornano alla mente »

                                                                      (Michelangelo Pira, Sos Sinnos)

Programma

  • ELEONORA D’ARBOREA di Giuseppe Dessì (venerdì, 26 marzo, ore 21)
  • PASKA DEVADDIS di Michelangelo Pira (venerdì 30 aprile, ore 21)
  • ALBA DEI GIORNI BUI di Giulio Angioni (venerdì, 28 maggio, ore 21)

con Elena Pau, Carlo Angioni.

Un ciclo di letture che pone all’attenzione della cultura isolana la questione del teatro in Sardegna ed una riflessione sulla storia e la memoria dei sardi.

 Il tema è stato affrontato con grande vigore e consapevolezza da Michelangelo Pira, proprio a partire da “PASKA DEVADDIS”, in cui traccia il ritratto d’una donna sarda d’altri tempi, forte dei suoi ideali, decisa, indipendente, ma ‘fuorilegge’. Una esponente del banditismo, che nato per contrastare il ‘dominio dello straniero’ in Sardegna, ha poi finito per diventare un metodo violento di protesta, causa di omicidi e lotte senza esclusione di colpi.

ELEONORA D’ARBOREA" (1964) di Giuseppe Dessì è dedicato alla giudichessa sarda che nel Trecento animò la resistenza dell'isola contro gli Aragonesi, massima protagonista della Sardegna giudicale indipendente, cui regalò quella Costituzione, Sa Carta de Logu, che rimase in vigore nell’Isola più di 400 anni: promulgata nel 1392, fu estesa a tutta la Sardegna nel 1421 e durò fino al 1827, quando entrò in vigore il Codice feliciano.

 Dessì sosteneva che “la Sardegna ha avuto solo due grandi uomini: Eleonora d’Arborea e Grazia Deledda”.

 ALBA DEI GIORNI BUI”, di Giulio Angioni, non è un testo scritto per il teatro, tuttavia manifesta una vocazione scenica, a nostro avviso, da sottolineare e incoraggiare. L’autore crea un bel personaggio femminile, Alba Pistis, mentre  osserva smarrita le macerie della propria famiglia. È la sorella maggiore di due gemelli, maschio e femmina, ma nei loro confronti si è sempre sentita come una madre, e il carico è aumentato dopo la morte dei genitori. Qualcosa, però, è cambiato, ed Alba non riconosce più questi suoi fratelli negli atteggiamenti e nei silenzi d'ogni giorno.

La nostra convinzione è che il teatro sardo può svilupparsi e crescere anche attraverso il contributo di uno scrittore-antropologo come Angioni, capace di grandi finezze psicologiche.


sabato, 6 marzo, ore 21

Teatro La Vetreria, di PIRRI 

nuova produzione

Un viaggio nelle canzoni che hanno animato la televisione italiana in bianco e nero, ma anche le sigle coloratissime scritte da Fo e musicate da Carpi. Un tuffo nel passato con tanta nostalgia.

con Elena Pau (voce)

Roberto Deidda (chitarra e direzione musicale)

Alessandro Angiolini (sassofono)

Alessandro Atzori (contrabbasso)

Daniele Russo ( batteria)

 

CINEMA E OMOSESSUALITA’ FEMMINILE


mercoledì, 3 febbraio, ore 21

CREATURE DEL CIELO, (LE)

regia: Peter Jackson
anno: 1994 - nazione: Nuova Zelanda 

durata: 98  

ACADEMY PICTURES - PANARECORD, RCS FILMS & T

1954, Nuova Zelanda. Pauline Parker è un'adolescente inquieta in continuo attrito con la famiglia. Quando a scuola arriva una nuova ragazza, Juliet, le due instaurano un rapporto morboso, rifugiandosi nel loro fantastico mondo popolato dai personaggi del romanzo che stanno scrivendo. Quando Juliet, malata di tubercolosi, scopre che la madre ha una relazione extraconiugale, il padre decide di trasferirsi in Inghilterra e portare la figlia in Sudafrica a causa del suo stato di salute. Pauline è decisa a seguirla, ma la madre Honora non le permette di farlo, così le due amiche architettano un freddo e crudele piano per non doversi separare.

Tratto da una storia vera, il film analizza le cause e gli eventi del triste episodio che turbò la Nuova Zelanda negli anni 50, evidenziandone le parti psicologiche.

Al suo primo ruolo cinematografico, Kate Winslet si dimostra fin da subito capace di interpretazioni intense e veritiere, perfetta interprete di personaggi complessi e profondi.

mercoledì, 9 febbraio, ore 21

BOUND - TORBIDO INGANNO

regia: Andy Machowski
anno: 1996 - nazione: U.S.A. 

Medusa Home Entertainment

Una relazione saffica tra Corky (G. Gershon), in libertà provvisoria dopo 5 anni di carcere, e Violet (J. Tilly), pupa di Ceasar (J. Pantoliano), gangster di Chicago che fa la bella vita riciclando danaro sporco, fa da catalizzatore alla sottrazione di due milioni di dollari, destinati alla mafia e in mano a Ceasar, di cui le due donne vorrebbero impadronirsi. Esordio dei Wachowski Brothers (Larry e Andy) con un noir lesbico (le due dark ladies non sono così dark come i loro furbi creatori vorrebbero spacciarle) che si trasforma in un thriller a porte chiuse, effettato e sensazionalistico. Dopo il lancio al Sundance Film Festival, fece colpo nell'ambiente di Hollywood, procurando ai due intraprendenti fratelli dall'indiscutibile mestiere di sceneggiatori-registi l'occasione di fare un film da 70 milioni: The Matrix.


 mercoledì, 9 febbraio, ore 21

 A MIA MADRE PIACCIONO LE DONNE

regia: Inès Parìs, Daniela Fejemar

anno: 2001 durata: 96’

 Tre sorelle si incontrano a casa della madre per festeggiare il suo compleanno. La madre ne approfitta per dare una notizia: si è innamorata di una donna. Le tre sorelle tentano dapprima di reagire come donne moderne e tolleranti quali sono ritenute. Ma...in realtà, la notizia le atterra. Così cominciano una frenetica avventura per cercare di separare la ragazza Ceca dalla loro madre.


mercoledì, 24 febbraio, ore 21

EMPORTE-MOI

regia: Léa Pool

anno: 1999 - nazione: Canada/Svizzera/Francia 

CATPICS AG, CITE'-AMERIQUE CINEMA TELEVISION INC., HAUT ET COUT, MERCHANT-IVORY PRODUCTIONS

Ambientato a Montréal nel 1963, il film racconta la storia di Hanna (Karine Vanasse), una tredicenne che sta diventando donna. Anzi, lo è appena diventata, come ci chiarisce la sequenza di apertura, con le sue prime mestruazioni. La sua vita familiare è abbastanza conflittuale: il padre (Pedrag Manojlovic) è un ebreo polacco che cerca ostinatamente di scrivere poesie, ma il risultato è solo che tocca alla madre (Pascale Bussieres) sfinirsi per mantenere la famiglia e allo stesso tempo aiutarlo a battere a macchina le sue poesie. Il rapporto con il padre, in particolare, è piuttosto difficile, mentre Hanna sembra legatissima alla madre, che però ha pericolose tendenze suicide. Con l’altro componente della famiglia, il fratello maggiore Paul (Alexandre Merineau), il rapporto è tanto stretto da rasentare la morbosità: da quello che sembra un culmine, un bacio tra i due fratelli che passa quasi inosservato, si arriva ad uno strano rapporto a tre quando Hanna porta a casa Laura, che è qualcosa in più di un’amica.

 

mercoledì, 3 marzo, ore 21

BOYS DON'T CRY                                         

regia: Kimberly Peirce
anno: 1999
nazione: U.S.A. 

Una ragazza desidera disperatamente di essere un ragazzo, il suo passato lo vuole cancellare anche dalla sua carta d'identità. Vuole essere un playboy che faccia impazzire tutte le femmine dei paesi di provincia, quelli in cui il tempo sembra non passare mai. Ma Brandon non ha i soldi per cambiare sesso, trova altri stratagemmi: si comprime il seno con le fasce fino a farlo scomparire, si taglia i capelli, si guarda allo specchio e si esercita a corrucciare le sopracciglia per avere uno sguardo da duro, da maschio. Il film, che è essenzialmente un film "on the road", segue magistralmente l'odissea del protagonista, nato femmina ma che noi vediamo sempre come maschio, cioè come vorrebbe essere e forse è. La storia - che purtroppo è vera, con tanto di tragico finale - nelle mani della neoregista Kimberly Peirce - che ha scritto la sceneggiatura con Andy Bienen, dopo cinque anni di ricerche sul caso - diventa uno dei film più belli dell'anno e anche uno dei film più coraggiosi della storia del cinema. Imperdibile


mercoledì, 17 marzo, ore 21

POMODORI VERDI FRITTI

regia: Jon Avnet

anno: 1991 durata: 130’

Fin da bambina Idgy è innamorata di Ruth, giovane fidanzatina del suo adorato fratello maggiore, morto in un tragico incidente. In seguito le due amiche gestiranno il Whistle Stop Cafè, il posto di ristoro della stazione, all’epoca delle violenze razziali contro i neri. Nel film scorrono parallele due storie: quella del passato delle due grandi amiche, raccontata da un’anziana e misteriosa signora dell’ospizio e quella di Evelyn, una casalinga che troverà il coraggio di ribellarsi al suo matrimonio e alla banalità quotidiana.


mercoledì, 24 marzo, ore 21

 

ALL OVER ME                                           

regia: Alex Sichel
anno: 1996
nazione: U.S.A.  durata: 90’

Claude ed Ellen sono grandi amiche: vivono in una zona periferica di New York e, nonostante la diversa situazione familiare, sono unite dal sogno di formare una band, in sintonia con la cultura dei giovani degli anni ‘90, fatta di droghe, live music e di ambiguità sessuale. Tutto però cambia la notte in cui la morte violenta di un giovane omosessuale sconvolge la loro vita e il loro rapporto: Claude è costretta a confrontarsi con il sentimento che prova per Ellen. Un piccolo capolavoro, forse un po' artigianale ma forse proprio per questo ancora più apprezzabile e convincente. La storia è lesbica ma ci sono anche personaggi gay che svolgono una funzione fondamentale nell'evoluzione della storia e delle protagoniste. "All Over Me è la storia di una crescita senza compromessi, in un mondo dove i compromessi non sono ammessi. Sylvia Sichel ha tratto il desiderio intenso, la confusione, e il dolore delle più belle canzoni rock and roll e ha trasportato quel senso nel dramma che l'eterno adolescente che è in noi può riconoscere con uno sguardo" - Sundance Film Festival Review.

mercoledì, 31 marzo, ore 21

AMORE E ALTRE CATASTROFI

regia: Emma Kate Croghan
anno: 1996 - nazione: Australia 

LUCKY RED -

 

Mia e Alice, due studentesse universitarie di cinema, si sono trasferite in un appartamento ricavato da un magazzino e sono in cerca di una terza persona per dividere le spese. Danni, che ha con Mia una relazione ormai in crisi, vorrebbe trasferirsi da loro, ma Mia non vuole. Quest'ultima, nel frattempo, ha assoluta necessità di cambiare in tempo utile il dipartimento per poter seguire il suo professore preferito, ma il suo attuale titolare non vuole mettere la firma per convalidare il passaggio. Alice è alla ricerca di un ragazzo sincero e comprensivo, si invaghisce di Ari, e non si accorge di Michael, che studia medicina ed è un suo ammiratore segreto. Michael è felicissimo quando Ari lo informa del posto libero a casa di Mia e Alice. Mia e Michael si incontrano e si mettono d'accordo. Danni lo viene a sapere e litiga furiosamente con Mia. Arriva poi la notizia che il professore che impediva il trasferimento ha avuto un infarto. Con uno stratagemma Mia riesce a passare al dipartimento desiderato e si sente più libera e felice. In una situazione di ritrovato equilibrio, quando la sera comincia una festa nel grande appartamento, Mia e Danni, si spiegano e capiscono di voler tornare a vivere insieme. Ciò non impedirà la presenza anche di Michael, che intanto ha trovato la forza per essere più convinto dei propri sentimenti e del modo di esprimerli.

 

lunedì, 8 Marzo 2010, ore 21

Festa della donna

“VOGLIAMO ANCHE LE ROSE”

Un film di Alina Marazzi

Produzione MIR Cinematografica con RAI CINEMA

in associazione con Fox International Channels Italy CULT in coproduzione con Ventura film e RTSI - Televisione Svizzera

Anita, Teresa e Valentina non si sono mai incontrate. Hanno vissuto nell'Italia degli anni sessanta e settanta, in età diverse e in città lontane. Ma le loro storie vere, riportate in diari privati, sono in un'ideale continuità, testimonianza di lotte famigliari e politiche, personali e collettive, per affermare autonomia, identità e diritti in un Paese patriarcale.

Nel 1964, Anita è un'adolescente, ragazza brava di una famiglia bene. E' timida e riflessiva. Mentre fuori dall'appartamento borghese della Milano bene, i suoi coetanei iniziano a fare esperienza di autonomia e rivolta, lei si chiude e fa i conti con i dettami di una cultura borghese, autoritaria e moralista. Anita vorrebbe scoprire l'amore e il sesso, ma l'educazione che le hanno impartito la blocca inibendole una piena e consapevole esperienza del suo corpo e della sua vita.

Teresa invece l'amore e il sesso li ha già scoperti, e a soli vent'anni è rimasta incinta. Cosa fare? Come gestire una gravidanza indesiderata in una cultura meridionale quale quella della sua famiglia? "Per un'altra donna questo momento poteva essere di grande felicità. Ma non per me. Per me è la tragedia. Per me è la fine. Penso solo a mio padre, a mia madre, e che sarebbe meglio morire". Teresa decide di abortire, e così il diritto per cui si stava battendo insieme alle compagne del collettivo non è più uno slogan ma diventa parte della sua vita, visto che l'aborto nel '76 è illegale. Lascia il suo paese nel Sud e va a Roma: maestosa, straniante e ora nemica, sfila nelle sue strade rumorose e nei palazzi fitti. Teresa farà esperienza di un aborto clandestino, consumato in una stanza anonima, su di un lettino gelido, da un ginecologo sconosciuto. Riporterà sulle pagine del diario i sentimenti e le riflessioni di una pratica che da lì a poco diventerà un diritto, per lei non più astratto.

Valentina vive i suoi trent'anni intensamente, mettendo sempre in relazione il "personale con il politico", cercando di trovare un equilibrio possibile tra le muse del separatismo e una piena e condivisa storia d'amore con uomo. Ma Valentina è consapevole che questo grande periodo conflittuale di lotte e passioni. politica e sesso, sta finendo perchè, come scrive sul suo diario: "Siamo sconfitti, uomini e donne, dopo il '77 e penso che i veri effetti saranno lenti a insediarsi nelle nostre coscienze". Queste tre donne non si conoscono, ma la loro testimonianza ha una ugual tensione e si muove, inconsapevole, in un'unica direzione: un sommovimento generazionale che ha preso le singole e private concezioni della vita e del mondo e le ha fuse in una visione collettiva e pubblica. I 20 anni che hanno cambiato la vita di ognuno di noi.

 

La regista: ALINA MARAZZI, 1964, vive e lavora a Milano.

Regista di documentari, è stata aiuto regista in lungometraggi per il cinema e ha collaborato a progetti di arte e video arte. Con il film Un'ora sola ti vorrei ha vinto numerosi premi internazionali, tra i quali il premio per il miglior documentario al Festival di Torino 2002 e al Newport International Film festival (2003), e la menzione speciale della giuria al Festival di Locarno 2002 e al Festival dei Popoli di Firenze.     


CINEMA PER BAMBINI

 

Domenica, 14 febbraio, ore 11.


I CORTI DI EMANUELE LUZZATI

Tre straordinari film di animazione ispirati alla musica di Gioacchino Rossini. 

         L’italiana in Algeri racconta le disavventure di Lindoro e Isabella, partiti da Venezia e finiti prigionieri nell’harem del Sultano Mustafà. Fuggendo sui tetti e poi attraverso il bazar, la coppia riuscirà finalmente a mettersi in salvo su una barchetta.

         Pulcinella (il turco in Italia) sogna di essere un grande attore inseguito dalla moglie e dalle guardie; finisce così prima sulla luna e poi nel ventre del Vesuvio, finché non si sveglierà a casa e potrà finalmente papparsi un bel pesce e infilarsi nel letto.

          La gazza ladra è la storia di 3 re che decidono di far la guerra agli uccelli. Una gazza decide però di reagire. Ben presto ne combina di tutti i colori e insieme agli altri pennuti riuscirà a rinchiudere re e soldati in un castello.

I CORTI DI JIRI’ TRNKA

JiĊ™í Trnka (Plzen, 24 febbraio 1912Praga, 30 dicembre 1969

Fu uno dei personaggi più eccentrici del cinema mondiale. Uomo dalla corporatura imponente e dalla personalità forte e complessa, applicò il suo genio alla più evanescente delle arti: il cinema dei pupazzi; fu lui a trasformarlo in un raffinato veicolo per la satira, l'allegoria, la vicenda romantica e la poesia. Nelle sue mani, i piccoli personaggi sembravano assumere pensieri e sentimenti propri. In Cecoslovacchia, l'arte del burattinaio vantava una tradizione secolare, e fu durante l'infanzia - trascorsa a Pilzen - che Trnka imparò ad amarla, osservando la nonna che cercava d'integrare il magro bilancio familiare confezionando e vendendo bambole e cavallini giocattolo. Già all'età di 12 anni Trnka lavorava dietro le quinte del teatro di burattini del campo di vacanze diretto da un giovane insegnante, Josef Skupa, che sarebbe diventato uno dei più grandi burattinai cechi. Skupa non tardò a rendersi conto dello straordinario talento del ragazzo e gli insegnò a scolpire, ad abbigliare e a manipolare i burattini, facendogli comprendere il loro potenziale di ‘persone' in miniatura. Jiri dovette abbandonare gli studi dopo il fallimento di papà Trnka, idraulico. Erano tempi duri, ma Skupa riuscì comunque a convincere i genitori di Jiri a lasciare che il figlio seguisse le sue inclinazioni frequentando la Scuola d'arti applicate di Praga. Diplomatosi, Trnka fondò un teatro di burattini, che tuttavia non sopravvisse a lungo: forse il giovane burattinaio aveva fatto troppo e troppo presto. Tra il 1936 e il 1945 Trnka s'impose come scenografo e illustratore di libri, ma il suo cuore era ancora con i burattini, che creava in quantità per suo divertimento.
L'occasione di imparare l'arte dell'animazione cinematografica arrivò alla fine della guerra, alla liberazione della Cecoslovacchia.

         Molti animatori di tutto il mondo ancor oggi riconoscono l'influenza di Trnka sulla propria opera. Il suo primo grosso successo all'estero coincise col primo premio del festival cinematografico di Cannes, da lui vinto nel 1946 con Animali e briganti, ma in quello stesso anno fu Il regalo - una personalissima satira semisurreale sui valori borghesi - a conferirgli il crisma di grande innovatore del cinema d'animazione

         Questa fu l'ultima fase del lungo apprendistato di Trnka, ormai pronto a creare i propri capolavori. Nel 1947 gli venne assegnato il piano superiore di una vecchia villa nei pressi del centro della città e qui egli mise in piedi lo Studio cinematografico dei pupazzi di Praga, che la sua morte, nel 1969, venne ribattezzato Studio Jiri Trnka dei pupazzi di Praga

         Fu con Il buon soldato Svejk (1955) che Trnka conferì un maggior spessore interiore alle caratterizzazioni ed esplorò le potenzialità del dialogo del commento fuori campo.

         L'opera di Trnka riuscì sempre a conservare un'identità nazionale e personale anche quando traeva i propri temi da altre letterature. Si vedano a questo proposito i suoi film tratti da racconti di Hans Andersen e di Cechov: Canto della prateria (1949), una maliziosa parodia del western hollywoodiano; Nonna cibernetica (1962), un'allegoria avveniristica, e L'arcangelo Gabriele e la signora Oca, (1964) tratto dai racconti licenziosi del Decamerone. La sua visualizzazione coreografica del Sogno di una notte d'estate (1959) coglie magicamente lo spirito della commedia, ma la caratterizzazione di Bottom è figlia non tanto di Shakespeare quanto della maschera de Il buon soldato Svejk e della personalità dello stesso Trnka.

         Nel caso del Sogno di una notte d'estate, egli sostituì alle teste, alle mani e ai piedi dei pupazzi, normalmente di legno, un tipo di plastica modellabile e plasmabile: i volti si fecero più delicati e l'uso di giunture snodate permise movimenti fluidi. Persino i fiori e gli insetti godevano di una vita propria, tanto che un critico italiano lamentò che Trnka si fosse dedicato all'animazione di gnomi da giardino. Lo stile estremamente raffinato del Sogno di una notte d'estate non è certo per tutti i gusti, ma molti lo considerano il capolavoro di Trnka.

 




03-02-2010
 
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