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    20 ottobre 2020
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La quarta edizione del Premio Magnani è fatta di un tempo e una sostanza speciali. Dal 30 novembre fino al 30 dicembre sarà visitabile presso l’ex ospedale psichiatrico di Rizzeddu, a Sassari, la mostra VI Donne organizzata dall’associazione Marco Magnani. VI Donne, titolo della manifestazione 2007, era il padiglione delle cosiddette donne calme alloggiate all’ospedale psichiatrico Rizzeddu: oggi le strutture dell’ex manicomio sopravvissute all’antica funzione per la quale erano sorte a cavallo fra Ottocento e Novecento e immerse in oltre quattro ettari di verde e silenzio a due passi dal centro cittadino, continuano a esistere ai margini dell’attenzione pubblica.





Tuttavia al visitatore cui si offra l’occasione di osservarla, quest’area sa trasferire un’immancabile suggestione, alimentata da un forte impatto emotivo. L’associazione Marco Magnani, a quattro anni dalla scomparsa del critico d’arte e intellettuale sassarese alla cui memoria è intitolata, ha scelto per dispiegare il proprio impegno legato al mondo dell’arte, questo luogo così fortemente connotato ma carico di un passato ancora solo in parte conosciuto: uno spazio che, per via del lungo rapporto di studiata, mutua indifferenza ed esclusione con la città e con la società civile, è rimasto finora largamente inesplorato. Il Premio è andato al lavoro di tre artisti: Giorgio Andreotta Calò, Ana Maria Bresciani, Rory Logsdail, scelti dopo un’attenta selezione, da una commissione internazionale composta da tre critiche e curatrici: Mara Ambrozic, Irene Calderoni, Stella Santacatterina. I tre artisti, dopo aver soggiornato per un breve periodo in loco nel mese di settembre (ciascuno di loro aveva a disposizione 15 giorni di residenza offerti dall'associazione), hanno progettato il proprio lavoro riflettendo sulla possibile interazione con lo spazio in questione così come esso si connota fisicamente e simbolicamente. Ne sono scaturiti tre differenti e accattivanti interventi che saranno visitabili per un mese, fino al 30 dicembre, e ai quali, durante l’inaugurazione di venerdì prossimo non mancherà qualche colpo di scena. Il Premio è consistito dunque proprio nella possibilità per i tre artisti indicati dalle tre curatrici, di realizzare l’opera a spese dell’associazione sassarese e di dar vita ad un percorso espositivo pensato appositamente per il luogo.





Questa manifestazione è resa possibile grazie al contributo di: Assessorato alla cultura del Comune di Sassari, Fondazione Banco di Sardegna, Dipartimento di salute mentale della Asl n.1 di Sassari, Associazione Afarp, Ilisso Edizioni COS’È VI DONNE Il padiglione delle donne calme a Rizzeddu, ex ospedale psichiatrico di Sassari, era il numero sei. Qui, come negli altri reparti della grande struttura, si svolgeva, isolata dal resto della città, la vita degli internati e parte di quella dei loro controllori. L’associazione Marco Magnani sceglie Rizzeddu e il VI Donne per avviare una riflessione che attraverso l’arte suggerisca il possibile riutilizzo di un luogo oggi spoglio di quei connotati fisici e morali che lo hanno allontanato dalla città, ma che pure stenta a farsi riconoscere dalla città stessa. Lungo il corridoio al primo piano del padiglione e in alcune delle stanze si concentreranno gli interventi dei tre artisti vincitori della quarta edizione del Premio. L’ingresso e il lavoro degli artisti fra le mura di Rizzeddu costituisce uno stimolo e una provocazione per ripensare le antiche strutture del manicomio come un luogo per nuove destinazioni. Il manicomio era infatti uno spazio in cui si esercitava potere coercitivo e controllo.



L’arte trasfigura e riconsegna lo stesso spazio a nuove forze sociali. Il flusso è binario: l’ex manicomio si apre alla città, la città si apre a Rizzeddu. Portare l’arte a Rizzeddu vuole essere dunque un’occasione di emancipazione politica e sociale per la città. Questi enormi stanzoni raccontano oggi di una storia ancora per molti versi oscura, legata al dolore e alla sofferenza di centinaia di ricoverati il cui unico destino culturalmente e socialmente possibile allora, si consumava attraverso un potere inglobante che produceva ghettizzazione e separazione dalla società civile. Tale processo contribuiva anche irrimediabilmente allo stravolgimento dell’identità individuale e collettiva, rendendo il manicomio uno dei luoghi deputati alla coercizione e alla spersonalizzazione. Il punto di partenza della riflessione del progetto VI Donne si situa proprio attorno al meccanismo di allontanamento coattivo dalla società perpetrato nei manicomi ai danni dell’individuo. Solo molti anni dopo l’ordinamento della legge Basaglia (la legge 180 del 1978), Rizzeddu, come altri manicomi italiani, ha chiuso i cancelli dell’istituzione totale. E proprio nell’ex manicomio entra adesso con VI Donne ciò che è stato tenuto fuori per un secolo, ovvero cultura, socialità, arte, identità. Ma la stessa arte è stata protagonista di un processo di cesura che l’ha confinata in alcuni spazi specifici: dalla caverna, ai luoghi del sacro, fino al museo e all’esposizione temporanea nei padiglioni. E si noterà come proprio questo termine è usato per indicare le strutture sanitarie e psichiatriche oltre a quelle del salone espositivo.



Con la messa in crisi del concetto di musealizzazione durante gli anni ’60 e ’70 del secolo appena passato, l’arte sperimenta nuovi spazi di rappresentazione non convenzionali e tenta di azzerare la distanza fra opera artistica e pubblico. Anche qui a Rizzeddu si tenta un’operazione di riavvicinamento: quella fra ex manicomio e città. Attraverso l’interpretazione dell’ambiente da parte dei tre artisti di VI Donne si potrà cogliere l’occasione per una visualizzazione differente e creativa di un luogo da sempre relegato ai margini del vivere e rispetto al quale non ci si può permettere il lusso della dimenticanza. Ma l’azione della memoria diventa anche stimolo per il recupero e la sperimentazione di un nuovo spazio di interazione sociale.



30-11-2007
 
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20-10-2020
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