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    29 novembre 2020
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PRIMO PIANO TEATRO

 
Cinema Musica Teatro Danza Arte


S'Ard i danzatori delle stelle

produzione dell'associazione culturale "La Fabbrica illuminata"



da “Passavamo sulla terra leggeri”

di Sergio Atzeni

(Ilisso Editore)

Musiche di Gavino Murgia

Costumi di Luciano Bonino

Orchestra Etnofonica della Sardegna

Pietre sonore di Pinuccio Sciola

adattamento e regia di Marco Parodi

 

 

IL TESTO.

 

         L’intera rappresentazione è strutturata sul racconto di un “narratore” (un bambino diventato adulto), in cui Atzeni si riconosce, che prospetta le tappe di un percorso iniziatico per consegnare ad un altro bambino il testimone che lo consacra “custode del tempo”, perpetuando così una lunga catena alla quale è affidata la memoria delle origini del popolo dei “S’Ard”.

 

         Il narratore usa sempre la forma singolare “io”, ma ogni volta che il racconto tende ad assumere un’intonazione epica, solenne, adotta l’uso del pronome personale “noi”, provocando l’apparizione di un “Coro” di vecchi che esplicitano una responsabilità collettiva nel testimoniare la storia, un punto di vista interno comune a tutti i sardi.

 

        



Quella che ci viene raccontata è la storia-fiaba di un popolo che proviene dall’oriente, da un paese tra due fiumi (la Mesopotamia), e che il destino e i flutti depongono sui lidi di un paese senza nome, animando un mosaico di spazi, eventi, figure provenienti da varie ed antiche tradizioni, mescolate ad immagini fantastiche perché

 

“la Storia talvolta non è il campo della verità” (Sergio Atzeni)

 

            Lo spazio scenico diventa così un luogo-metafora in cui si coniugano canto, danza e recitazione, per raccontare il sogno utopico di un Eden perduto,

 

“la storia degli uomini e delle donne che hanno vissuto prima di noi

nell’isola dei danzatori delle stelle.” (Sergio Atzeni)

         

          Un simile itinerario di conoscenza postula un ritorno alle origini, e quindi alla propria identità. Non a caso questo viene considerato il libro-testamento di Sergio Atzeni, che morirà annegato nel mare di Carloforte prima di vederlo pubblicato, realizzando davvero quella “morte per acqua” che ritorna ossessivamente nell’intera sua produzione, e della quale è possibile cogliere un misterioso presagio nelle parole che accompagnano il manoscritto su cui ha posto la parola “Fine”.

 

“Metto il punto finale. Spedisco e parto. Poi si vedrà.” (Sergio Atzeni)

 

 

LO SPAZIO SCENICO.

 

          Un ampio spazio circolare, illuminato da un raggio di luna, evoca la leggenda del sito geologico di “Tiscali”, sia per la sua valenza simbolica che per il suo radicamento nell’immaginario dei sardi.

 

“... un cerchio di terra con un raggio di dieci braccia. Da una fessura

della roccia, la luna illuminò il cerchio. Mir disse nell’antica lingua

“t’Js Kal’i”.

La frase diventò nome del luogo.” (Sergio Atzeni)

 

 

        

 

         In questo spazio s’incrociano etnie, divinità, riti, lingue, usanze, strumenti musicali, canti e danza. Dalle “pietre sonore” di Pinuccio Sciola, si origineranno suggestioni acustiche sgorgate da viscere segrete, incastonate tra cristalli di rocce generate agli albori del cosmo. Basalto, granito, calcare, una scala di percussioni grazie alla quale la materia sembra dissolversi, farsi onda sonora, riverberarsi nell’aria.

 

         Sullo sfondo un grande ciclorama avvolge lo spazio acustico, catturando luci siderali, lave incandescenti, magmi arrossati, bagliori celesti.

 

         Ma la memoria cosmica del tempo è generata, seguendo la scansione voluta dall’autore, in uno scenario antico e suggestivo, la grande cucina della casa di Antonio Setzu a Morgongiori, evidenziata dai simboli dell’antica civiltà agraria sarda, gli strumenti e gli oggetti usati un tempo dagli agricoltori per la mietitura e la lavorazione del grano, tra cui anche una grossa macina in pietra lavica, che ricollegano un preciso ciclo storico-antropologico ai segni della preistoria. In questo spazio, collocato a latere del grande cerchio di terra segnato dalle pietre, il Narratore celebra il passaggio di consegne al nuovo “testimone del tempo”, un bambino che imparerà crescendo a conservare l’epopea degli antenati.



BIOGRAFIE.

 

SERGIO ATZENI (Capoterra 1952-Isola di S. Pietro 1995) mostra da giovanissimo spiccate propensioni letterarie che lo portano a cimentarsi con generi diversi, dalle Fiabe Sarde (1978) al racconto folklorico e storico Araj Dimoniu. Antica leggenda sarda (1984), al bellissimo Apologo del Giudice Bandito (1986), che gli darà la notorietà meritata; ma è col trittico romanzesco Il figlio di Bakunìn (1991), Il quinto passo è l'addio (1995) e Passavamo sulla terra leggeri (1996) che egli raggiunge una maturità concettuale e di scrittura che ne rende ancor più dolorosa la scomparsa. Fra le opere postume ricordiamo anche Bellas mariposas (1996) e Raccontar fole (1999).

         PINUCCIO SCIOLA Per farsi un'idea di chi è Pinuccio Sciola basta fare un giro per il suo paese, San Sperate, un borgo agricolo a pochi chilometri da Cagliari conosciuto in tutto il mondo come "paese-museo" grazie ad una tradizione ormai quarantennale di muralismo artistico e popolare ma soprattutto grazie a Pinuccio, il suo cittadino più illustre che inventò il concetto stesso di "paese-museo" ormai quarantun anni fa.

         Le sculture sparpagliate per il paese, il parco-atelier e la casa-laboratorio di Pinuccio, sempre aperta ai visitatori, fanno di San Sperate uno dei luoghi dell'anima della Sardegna di oggi: e fra le opere di Sciola, artista dalla carriera lunga ed eclettica (vedi la sua biografia su Wikipedia) le Pietre Sonore sono quelle che più catturano l'immaginazione, e l'ammirazione, e rappresentano qualcosa di più di una scultura e qualcosa di più di un "semplice" strumento musicale: nelle Pietre Sonore sono racchiuse da milioni di anni, pronte a sprigionarsi al tocco della mano, le melodie ancestrali

 

della Terra: i suoni liquidi del calcare, nato nelle profondità degli oceani, e quelli aspri delle trachiti, dei porfidi, dei graniti nati dal cuore stesso della Madre Terra.

 

         Le Pietre Sonore sono uno stimolo per almeno tre sensi: la vista innanzitutto, catturata dai giochi di luce resi possibili dal reticolo di tagli inferti alla pietra per catturarne le qualità sonore, e poi insieme il tatto, attirato dalle superfici scabre e assolutamente "naturali" delle sculture (che in molti casi conservano i licheni e i muschi che per decenni avevano abitato la pietra nella sua sede naturale) e l'udito: ad ogni sfioramento, ad ogni leggerissima percussione le Pietre Sonore reagiscono come un vero strumento musicale, dando vita a sonorità dal fascino misterioso ed inimitabile.

 

Il regista: Marco Parodi



Dal dizionario dello spettacolo del '900, Dizionari Baldini&Castoldi

Il primo debutto di rilievo è un'edizione degli Orazi e Curiazi di Brecht (1968) a Genova. Segue nel 1970 Fuenteovejuna di Lope de Vega. Si specializza in grandi allestimenti 'open air' come lo storico Il genovese liberale di Lope de Vega che viene recitato nel centro storico della città ligure nel 1971. Nel 1975 firma un testo poco noto di Karl Valentin, Tingel Tangel . Nel 1976 si dedica a Brecht e alle sue Nozze piccolo-borghesi. Seguono numerose regie con nomi in ditta di rilievo: Amleto in trattoria di Achille Campanile, con Eros Pagni e Magda Mercatali (Teatro stabile di Genova), La bisbetica domata di Shakespeare a Borgio Verezzi con Giuseppe Pambieri e Lia Tanzi, Questa sera si recita a soggetto di Pirandello con Arnoldo Foà (prodotto dal Teatro stabile di sardegna), Cafè-Feydeau di Feydeau con Andrea Giordana e Giancarlo Zanetti, Ciò che vide il maggiordomo di Orton, con Gianni Agus, Orazio Orlando, Magda Mercatali e Gino Pernice. Tra i premi ricevuti va segnalato il Prix Italia per la regia radiofonica (1980).

 

GAVINO MURGIA compositore delle musiche e direttore musicale, voci flauti duduk serraggia.

 

Nato a Nuoro, inizia lo studio della musica all’età di dodici anni, con il sax alto. Quasi subito inizia un’intensa attività suonando con gruppi di musica leggera, ed in diverse produzioni teatrali.

        

         La musica verso la quale ha focalizzato da sempre la sua attenzione è il Jazz. Con gruppi Italiani e stranieri ha suonato nei principali jazz festival Italiani ed Europei, Francia, Finlandia, Germania, Olanda, Svizzera, Spagna, Belgio, Austria, Polonia, Sud Africa, Cuba, USA, ecc. La sua attuale ricerca è rivolta all’utilizzo delle sonorità della Sardegna con, insieme ai sax tenore e soprano, un particolare uso della voce gutturale.

         Ha suonato in contesti musicali tra i più svariati, con tantissimi musicisti tra gli altri Pietro Tonolo, Paolo Fresu, Michel Godard, G.Trovesi, Mal Waldron, Djivan Gasparian, Don Moye, Rabih Abou Kalil, Sainko Namtcylak, Al di Meola.

 

L’Orchestra è composta da un gruppo di musicisti provenienti da diversi paesi dell’area del Mediterraneo, ai quali sono stati affidati gli strumenti della tradizione musicale sarda sui quali ciascuno di loro è andato alla ricerca di sonorità reinventate dalla propria sensibilità musicale.




LUCIANO BONINO costumista stilista, curatore di numerose mostre e ricerche sul costume tradizionale sardo e l’arte tessile in Sardegna, abbinate a sue moderne creazioni. Il nome della sua ultima mostra, così come la grafica che la contraddistingueva, ricavata dalle pieghe Luciano Bonino dell'anfora del grande artista nuorese Francesco Ciusa, rimandava il visitatore al passato quando le donne sarde vestivano gli abiti tradizionali, laboriosamente ricamati e composti da mille colorati broccati ma, soprattutto, formati da migliaia e migliaia di pieghe: dalle gonne alle maniche, dalle candide camice in fini pizzi ai ricchissimi colletti inamidati.

 



30-12-2008
 
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29-11-2020
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