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    14 dicembre 2019
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CARTELLONE

 



La Grande Prosa al Teatro Massimo di Cagliari

Stagione 2019 - 2020

Si alza il sipario sulla Stagione 2019-2020 de La Grande Prosa al Teatro Massimo di Cagliari – organizzata dal CeDAC / Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo in Sardegna con il patrocinio e il sostegno del Comune di Cagliari, della Regione Sardegna e del MiBACT e con il prezioso contributo della Fondazione di Sardegna. Undici titoli in cartellone da novembre ad aprile tra capolavori del teatro classico e testi contemporanei con intrecci e rimandi fra letteratura, teatro e cinema con i grandi nomi della scena italiana e non solo e incursioni nella storia del jazz per un omaggio a Chet Baker affidato a Paolo Fresu.

Tra i protagonisti Maria Paiato, “Madre Courage” in una moderna mise en scène dell'opera brechtiana, Isa Danieli e Giuliana De Sio, sorelle in guerra tra questioni domestiche e piccole e grandi tragedie del quotidiano ne “Le signorine” di Gianni Clementi, mentre Anna Maria Guarnieri e Giulia Lazzarini interpretano le due incantevoli e pericolose dame di “Arsenico e vecchi merletti”, brillante commedia “nera” diretta da Geppy Gleijeses e Umberto Orsini è “Il costruttore Solness” nel dramma di Henrik Ibsen accanto a Lucia Lavia, Renata Palminiello, Pietro Micci, Chiara Degani e Salvo Drago, per la regia di Alessandro Serra. Sotto i riflettori Sergio Rubini (che firma anche la regia) e Luigi Lo Cascio in “Dracula” dal romanzo di Bram Stoker, Anna Foglietta e Paolo Calabresi con Anna Ferzetti, David Sebasti e Simona Marchini in “Bella Figura” di Yasmina Reza con regia di Roberto Andò, Giuseppe Cederna con Vanessa Gravina e Roberto Valerio (che cura la regia) nel “Tartufo” di Molière, Michele Sinisi interpreta “Platonov” ovvero “Un modo come un altro per dire che la felicità è altrove” nella versione de Il Mulino di Amleto e Daniele Russo, nel ruolo che fu di Marlon Brando in “Fronte del porto” - in chiave partenopea - per la regia di Alessandro Gassmann.

Un affiatato cast - Valentina Sperlì, Leonardo Capuano e Chiara Michelini, Marta Cortellazzo Wiel e Petra Valentini, Bruno Stori, Massimiliano Donato, Massimiliano Poli, con Arianna Aloi, Andrea Bartolomeo, Fabio Monti e Felice Montervino per “Il giardino dei ciliegi” diretto da Alessandro Serra – che inaugura la stagione in prima nazionale sabato 9 novembre – e  l'arte della tromba di Paolo Fresu in “Tempo di Chet/ La versione di Chet Baker” di Leo Muscato e Laura Perini: un flusso di parole e note per un ritratto del leggendario musicista americano, “maledetto” e dallo smisurato talento, stella internazionale del jazz.

Una stagione avvincente che spazia dalla commedia al dramma, dai grandi classici alle pièces di autori contemporanei, che continua idealmente ne “Il Terzo Occhio” - la rassegna dedicata alle nuove sensibilità e ai nuovi linguaggi al TsE di Is Mirrionis a Cagliari - e si intreccia al cartellone della danza all'Auditorium del Conservatorio “G. Pierluigi da Palestrina” di Cagliari.

IL CARTELLONE

Apertura in chiave poetica e quasi onirica con “Il giardino dei ciliegi” di Anton Cechov nell'originale mise en scène firmata da Alessandro Serra, con la cifra immaginifica e evocativa del regista del “Macbettu” (spettacolo vincitore del Premio Ubu 2018) - in prima nazionale sabato 9 novembre alle 20.30 al Teatro Massimo di Cagliari, in programma fino al 16 novembre. Una pièce di straordinaria raffinatezza che rimanda a un'epoca irrimediabilmente lontana, come l'eco di una felicità perduta, di un'antica innocenza, un'età dei giochi spensierata e idealizzata in uno spazio astratto e insieme abitato da oggetti “concreti” dove i personaggi si muovono, respirano, vivono, amano, sognano, si disperano come in un'immagine in dissolvenza, remota eppure vivida e toccante, perfino allegra a tratti, ma pervasa da una sottile e crudele malinconia.
Scrive nelle note il regista Alessandro Serra (già Premio Hystrio 2019): «Il giardino dei ciliegi si apre e si chiude in una stanza speciale, ancora oggi chiamata stanza dei bambini. Tra poco arriveranno i padroni, hanno viaggiato molto, vissuto e dissipato la loro vita. Bambini invecchiati che tornano a casa. Tuttavia il sentimento che pervade l’opera non ha a che fare con la nostalgia o i rimpianti ma con qualcosa di indissolubilmente legato all’infanzia, come certi organi misteriosi che possiedono i bambini e che si atrofizzano in età adulta. L’incombere della scure sul giardino provoca un senso di dolore sconosciuto, un risvegliarsi di quegli organi non ancora del tutto spenti nella loro funzione vitale. Un dolore che non ha nome e che solo guardando negli occhi il bambino che siamo stati potrà placarsi.
Non c’è trama, non accade nulla, tutto è nei personaggi. Una partitura per anime in cui i dialoghi sono monologhi interiori che si intrecciano e si attraversano. Un unico respiro, un’unica voce. Non vi è alcun tono elegiaco, è vita vera distillata: si dice, si agisce».
Un gioco di contrasti, un raffinato contrappunto Un valzerino allegro in una commedia intessuta di morte. Comicità garbata, mai esibita, perfetto contrappunto in un’opera spietata e poetica. I personaggi ridono e si commuovono spesso, il che non significa che si debba piangere davvero, è piuttosto uno stato d’animo, scrive Cechov in una lettera, che deve trasformarsi subito dopo in allegria».
Sotto i riflettori (in ordine alfabetico) Arianna Aloi, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Marta Cortellazzo Wiel, Massimiliano Donato, Chiara Michelini, Felice Montervino, Fabio Monti, Massimiliano Poli, Valentina Sperlì, Bruno Stori, Petra Valentini che prestano corpo e voce ai personaggi  – come sottolinea Alessandro Serra – all'interno di «una partitura musicale che, scrive Mejerchol’d, è come una sinfonia di Čajkovskij» (produzione Sardegna Teatro, Accademia Perduta Romagna Teatri, Teatro Stabile del Veneto, TPE - Teatro Piemonte Europa, Printemps des Comediéns in coproduzione con Compagnia Teatropersona e Triennale Milano Teatro).


Un'intensa Maria Paiato è la protagonista di “Madre Courage e i suoi figli” di Bertolt Brecht con drammaturgia musicale e regia di Paolo Coletta - dall'11 al 15 dicembre al Teatro Massimo di Cagliari: nel cast Mauro Marino, Giovanni Ludeno, Andrea Paolotti, Anna Rita Vitolo, Roberto Pappalardo, Tito Vittori, Mario Autore, Ludovica D'Auria, Francesco Del Gaudio; le scene sono di Luigi Ferrigno, i costumi di Teresa Acone, light designer Michelangelo Vitullo e sound designer Massimiliano Tettoni, disegno luci di Michele Lavanga e alla fonica Riccardo Cipriani (produzione Società per Attori e Teatro Metastasio di Prato).

La pièce è incentrata sulla figura di una donna formidabile, Anna Fierling, che viaggia al seguito degli eserciti con il suo carro carico di cibarie e mercanzie, accompagnata dai figli Eilif, Schweizerkas e l'adolescente, muta Kattrin, durante la “guerra dei trent'anni”. Scritta negli anni dell'esilio, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, l'opera impreziosita dalle musiche di Paul Dessau rappresenta uno spietato affresco degli orrori e delle conseguenze del gioco delle armi, con i toni grotteschi a paradossali di una farsa che si muta in tragedia. Un dramma moderno dal carattere quasi profetico sui disastri della guerra, in cui affiorano dolorose contraddizioni dell'animo e dell'agire umano, a partire dal contrasto tra il desiderio della madre di proteggere le sue creature e l'avidità o necessità di guadagno che la spingono invariabilmente altrove, ma soprattutto una lucida presa di coscienza dell'assurdità e inutilità – salvo per chi ne trae profitto – di tutti i conflitti.

Storie di vampiri e seduzioni pericolose in “Dracula” dal romanzo di Bram Stoker, con adattamento di Carla Cavalluzzi e Sergio Rubini (sua anche la regia) dal 18 al 22 dicembre al Massimo: cronache di “un viaggio notturno verso l’ignoto”, in un clima di mistero e di orrore, con Luigi Lo Cascio e lo stesso Sergio Rubini insieme con Lorenzo Lavia, Roberto Salemi, Geno Diana, Alice Bertini, con le scenografie di Gregorio Botta e i costumi di Chiara Aversano, il disegno luci di Tommaso Toscano, le musiche di Giuseppe Vadalá e il progetto sonoro di G.U.P. Alcaro a evocare lo atmosfere “gotiche” del romanzo, in una trama densa di suspense al confine tra il bene e il male (produzione Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo). “Dracula” quindi non è solo un pittoresco ancorché spaventoso “viaggio tra lupi che ululano, grandi banchi di foschia e croci ai bordi delle strade” ma rappresenta anche il percorso interiore, quasi un esoterico rito di iniziazione, per il giovane procuratore londinese Jonathan Harker, costretto a recarsi in Transilvania per curare l’acquisto di un appartamento nella capitale inglese da parte di un aristocratico di quelle terre remote. L'avvocato, ignaro della sciagura che lo attende, immediatamente sprofonda suo malgrado in un “clima di illusione, di oscurità e paura” tanto che quando si accosterà al cancello del Castello “comprenderà di essere finito in una tomba”. L'orrore travolge l'esistenza del giovane, contaminando e distruggendo ciò che ha di più caro, a partire dalla moglie Mina, trascinata in “una dimensione dove il buio prevarrà sulla luce”, in un incubo da cui è “difficile uscire vivi”.

La voce inconfondibile della tromba e le musiche originali di Paolo Fresu per dar forma e “suono” a “Tempo di CHET/ La versione di Chet Baker” di Leo Muscato e Laura Perini, uno spettacolo- concerto (prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano) ispirato alla figura dell'artista “maledetto” e geniale, uno dei “miti” più controversi del Novecento – dall'8 al 12 gennaio a Cagliari sotto le insegne del CeDAC. Sul palco insieme a Paolo Fresu (tromba e flicorno), Dino Rubino al pianoforte e Marco Bardoscia al contrabbasso e gli attori Alessandro Averone, Bruno Di Chiara, Rufin Doh, Debora Mancini, Daniele Marmi, Mauro Parrinello, Graziano Piazza e Laura Pozone per un affascinante ritratto tra note e parole (con scenografie di Andrea Belli e costumi di Silvia Aymonino e il disegno luci di Alessandro Verazzi) del maestro del cool jazz.
“Tempo di CHET” fonde scrittura drammaturgica e partitura musicale, in un flusso ininterrotto sul filo dei pensieri e delle emozioni, per rievocare una figura leggendaria ma anche sfuggente, un poeta della tromba dallo stile lirico e intimista e un uomo animato da pulsioni autodistruttive, fino all'ultimo, fatale volo. Riaffiorano i ricordi dell'infanzia accanto ai momenti più tragici di un'esistenza segnata dalla droga e forse da un segreto male di vivere, distillato in note di vertiginosa e struggente bellezza. «Se la sua vita e la sua morte sono ancora oggi avvolte dal mistero» - ricorda Paolo Fresu - «la musica di Chet Baker è straordinariamente limpida, logica e trasparente, forse una delle più razionali e architettonicamente perfette della storia del jazz».

Ritratto di famiglia in un interno – dal 22 al 26 gennaio - con “Le signorine” di Gianni Clementi, con due attrici del calibro di Isa Danieli e Giuliana De Sio, due splendide signore della scena che interpretano due sorelle “offese da una natura ingenerosa”, impegnate in un continuo scambio di reciproche accuse nella divertente, dolceamara commedia (con scene di Carmelo Giammello, costumi di Chiara Aversano e luci di Luigi Biondi) per la regia di Pierpaolo Sepe (produzione Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo). Una “fotografia” di un microcosmo domestico animato dalle eterne discussioni sulla conservazione o lo sperpero del denaro accumulato in anni di sacrifici, abilmente tratteggiato dall'autore che mette in risalto gli aspetti tragicomici del quotidiano: una pièce scoppiettante e intrisa di “napoletanità” in cui riaffiorano rancori sopiti e sotterranee tensioni mascherati sotto l'apparenza della normalità. Addolorata e Rosaria passano gran parte della giornata in una piccola merceria, ormai circondata da empori cinesi e fast food mediorientali, per poi tornare nel loro modesto, ma dignitoso appartamento poco lontano, teatro di una convivenza difficile, senza altre distrazioni che i pettegolezzi dei parenti e i reality in televisione. Una tranquilla routine spezzata dai continui scontri, tra pungenti provocazioni con effetti esilaranti e il tentativo dell'una di imporre la propria volontà all'altra, costretta a subire suo malgrado, finché un imprevisto scompiglierà le carte e romperà il fragile equilibrio, offrendo l'occasione per una vendetta a lungo meditata. “Le signorine” è “un testo irriverente e poetico che ci ricorda come la famiglia sia il luogo dove ci è permesso dare il peggio di noi, senza il rischio di perdere i legami più importanti”.


“Platonov”
ovvero “Un modo come un altro per dire che la felicità è altrove” de Il Mulino di Amletodal 5 al 9 febbraio - dall'opera giovanile di Anton Čechov, nella prima stesura recuperata dalla sorella dell'autore e successivamente “riscoperta” quasi casualmente, con Michele Sinisi nel ruolo del protagonista e con Stefano Braschi, Roberta Calia, Yuri D’Agostino, Barbara Mazzi, Stefania Medri, Raffaele Musella e Angelo Maria Tronca per la regia di Marco Lorenzi (produzione Elsinor / TPE) offre un variopinto affresco di varia umanità. Una tragedia incompiuta, considerata quasi “irrapresentabile” per il suo carattere frammentario, nell'affollarsi di personaggi e scene, rappresenta quasi simbolicamente il tentativo (fallito) del drammaturgo di trasferire la vita sulla scena: «il suo sforzo s’infrange contro la vita stessa e l’impossibilità di coglierla nella sua interezza in un dramma teatrale». La mise en scène – con style & visual Concept di Eleonora Diana, disegno luci di Giorgio Tedesco, costumi di Monica Di Pasqua (assistente alla regia Anne Hirth) - sottolinea il carattere magmatico del testo, incentrato sull'atteggiamento cinico e disincantato del protagonista, quasi amleticamente incapace di scegliere, in amore come nella vita, pur lucidamente e quasi dolorosamente consapevole della vanità del mondo. «“Platonov siamo noi”, con la nostra fame di vita, il nostro desiderio che ci spinge sempre a cercare la felicità “altrove” rispetto a dove siamo, con le nostre delusioni e sconfitte» afferma il regista Marco Lorenzi, che trova nell'arte di Čechov la chiave di quella leggerezza «che permette di entrare nel dolore del mondo per conoscerlo senza restarne impigliati».

Un crocevia di destini tra amori e segreti in “Bella Figura” di Yasmina Rezadal 19 al 23 febbraio - con Anna Foglietta e Paolo Calabresi, Anna Ferzetti, David Sebasti e Simona Marchini, nella traduzione di Monica Capuani, con scena e luci di Gianni Carluccio e costumi di Gemma Mascagni, per la regia di Roberto Andò (produzione Gli Ipocriti Melina Balsamo). Una pièce folgorante sull'imprevedibilità dell'esistenza e sulla complessità delle relazioni e dei legami, attraverso le vicende di due coppie, nell'incerta ora del crepuscolo, tra inattese e sconcertanti rivelazioni e litigi d'innamorati. «Nelle mie opere non racconto mai vere e proprie storie, dunque non dovrebbe sorprendere se lo stesso accade anche qui. A meno che non si consideri l'incerta e ondeggiante trama della vita, di per sé stessa, una storia» afferma l'autrice.
Scritta per il regista Thomas Osthermeier e la compagnia del teatro Schaubühne di Berlino, “Bella Figura” ha riscosso un grande successo di pubblico e di critica sia in Germania, sia in Francia nella mise en scène della stessa Reza con Emmanuelle Devos, in virtù di quella speciale capacità di far emergere le contraddizioni e le nevrosi dei personaggi, portandole all'estremo, con esiti inattesi e paradossali. Yasmina Reza alterna magistralmente i diversi registri, dal comico al drammatico, per mettere a nudo desideri e passioni, reazioni e impulsi spesso inconfessabili dei suoi personaggi, mostrati attraverso uno specchio deformante che enfatizza i difetti e le manie e riflette il lato oscuro, per affrontare temi delicati e scottanti, decisamente attuali, portando alla luce scomode verità.

Alessandro Gassmann firma regia e scenografia di “Fronte del porto” di Budd Schulberg – in cartellone dal 26 febbraio al 1 marzo - in un'inedita versione partenopea con traduzione e adattamento di Enrico Ianniello, con Daniele Russo nel ruolo del protagonista (interpretato sul grande schermo da un indimenticabile Marlon Brando) e con Emanuele Maria Basso, Antimo Casertano, Antonio D’Avino, Sergio Del Prete, Francesca De Nicolais, Vincenzo Esposito, Ernesto Lama, Daniele Marino, Biagio Musella, Pierluigi Tortora, Bruno Tràmice (produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Stabile di Catania). S'ispira al fortunato film di Elia Kazan – vincitore di otto Premi Oscar – e alla trasposizione teatrale di Steven Berkoff la pièce (con i costumi di Mariano Tufano, le luci di Marco Palmieri, le videografie di Marco Schiavoni e le musiche di Pivio e Aldo De Scalzi - sound designer Alessio Foglia) ambientata nella Napoli degli anni ottanta, quando la camorra già esercitava la sua influenza nel porto industriale – come il “sindacato” negli anni cinquanta a New York. «Credo che in questo momento in questo paese non ci sia storia più urgente da raccontare di “Fronte del Porto”. Una comunità di onesti lavoratori sottopagati e vessati dalla malavita organizzata, trova attraverso il coraggio di un uomo, la forza di rialzare la testa e fare un passo verso la legalità, la giustizia, la libertà» - scrive nelle note Alessandro Gassmann. In scena la realtà del porto, con i suoni, i rumori, i profumi e la lingua della città:«Cerco sempre di ricostruire mondi credibili nei miei spettacoli – spiega il regista - nella convinzione che ora come non mai il teatro debba essere arte popolare».

Focus sul tema – sempre attuale – dell'ipocrisia con “Tartufo” di Molière con Giuseppe Cederna nel ruolo del pericoloso seduttore accanto a Vanessa Gravina e Roberto Valerio (che firma adattamento e regia) e con Paola De Crescenzo, Massimo Grigò, Elisabetta Piccolomini, Roberta Rosignoli, Luca Tanganelli - scene di Giorgio Gori, costumi di Lucia Mariani, luci di Emiliano Pona e suono di Alessandro Saviozzi (produzione Associazione Teatrale Pistoiese / Centro di Produzione Teatrale) – dall'11 al 15 marzo al Massimo per un'elegante rivisitazione di un classico della storia del teatro. «Tartufo è scaltro, affascinante, pericoloso; i suoi gesti e le sue espressioni tradiscono una natura sanguigna, depravata, oscena, naviga nelle acque irrequiete della dissimulazione oscillando tra un’affettata eleganza e una grezza materialità. È sensuale e inquietante, tanto da ricordare qualcosa di diabolico, di sinistro» scrive Roberto Valerio. Un “angelo oscuro” o un “demone” che si insinua nella casa di Orgone, come un “profeta anticonformista” o un “guru” e stravolge gli equilibri di una tranquilla famiglia borghese: «ipnotizza il padre, acceca la madre, sposa la figlia, bandisce il figlio, seduce la matrigna» indossando la maschera della devozione e utilizzando l'arte dell'adulazione per raggiungere i propri fini. Un capolavoro di Molière per un'arguta riflessione sulla società e sulle umane fragilità, sul potere delle parole e sull'ambizione sfrenata, sull'ingenuità eccessiva non meno insidiosa del fanatismo, ma anche sull'importanza degli affetti, tra momenti di irresistibile comicità e gli strali della satira contro i (falsi) moralisti di oggi e di ieri.


Riflettori puntati – dal 1 al 5 aprile - su Anna Maria Guarnieri e Giulia Lazzarini, due magnifiche attrici per una commedia in noir, “Arsenico e vecchi merletti” di Joseph Kesselring nella traduzione di Masolino D’Amico, per la regia di Geppy Gleijeses - con una dedica a Mario Monicelli che diresse una fortunata e ormai storica edizione, cui è ispirato l'allestimento con scene di Franco Velchi e costumi di Chiara Donato, musiche di Matteo D’Amico e l'intervento di un artigiano della luce come Luigi Ascione (produzione GITIESSE Artisti Riuniti). Nel cast Maria Alberta Navello, Mimmo Mignemi, Paolo Romano, Luigi Tabita e Tarcisio Branca, Bruno Crucitti, Francesco Guzzo, Daniele Biagini, Lorenzo Venturini, per una pièce di genere “brillante”, con un perfetto meccanismo teatrale giocato sul ritmo e sull'intonazione oltre che sul significato delle battute, un raffinato esercizio di stile tra situazioni al limite del grottesco e coups de théâtre. La commedia – un successo di Broadway tradotto per il grande schermo da Frank Capra con uno scatenato Cary Grant – racconta la macabra scoperta, da parte di un giovane scrittore, dell'abitudine delle sue amate zie di far “addormentare” per sempre gli inquilini cui affittano le camere, aiutandoli a dire addio alla vita con il sorriso. I corpi dei defunti trovano poi adeguata sepoltura in cantina. Una variazione ante litteram sul tema dell'eutanasia – le vittime son tutti uomini anziani e soli - per la virtuosistica performance di due signore del palcoscenico che rivelano, accanto al ben noto talento drammatico, una insospettabile vis comica nei ruoli delle due folli e simpaticissime – ma pericolose “ziette”.

Chiude il cartellone – dal 22 al 26 aprile - “Il costruttore Solness” da Henrik Ibsen, uno spettacolo di Alessandro Serra con Umberto Orsini nel ruolo del protagonista e con Lucia Lavia, Renata Palminiello, Pietro Micci, Chiara Degani, Salvo Drago e Flavio Bonacci (produzione Compagnia Orsini / Teatro Stabile dell’Umbria). Il dramma di un uomo ricco e potente, un imprenditore che ha raggiunto il  successo agendo con grande abilità e spregiudicatezza, costretto a fare i conti con il passato tra rimorsi e rimpianti e fatalmente attratto da quella che potrebbe essere la sua ultima avventura, in un intreccio di eros e thanatos per una straordinaria prova d'attore.
«Solness è un grande costruttore che ha edificato la propria fortuna sulle ceneri della casa di famiglia della moglie derubandola di ogni possibile felicità futura -scrive il regista - è terrorizzato dai giovani che picchiano alla porta e chiedono ai vecchi di farsi da parte. Ma Hilde non si preoccupa di bussare, decide di fare irruzione con una energia sottile e implacabile. Solness si nutre della vita delle donne che lo circondano ma quest’ultima gli sarà fatale e lo accompagnerà, amandolo, fino al bordo del precipizio».
Se Solness è un costruttore – prosegue Alessandro Serra - Ibsen è un perfetto architetto in grado di edificare una casa dall’aspetto perfettamente borghese e ordinario, nelle cui intercapedini si celano principesse dimenticate, demoni e assistenti magici al servizio del padrone. Il giorno del giudizio sotteso in tutta l’opera di Ibsen trova esplicita dichiarazione finale nel momento in cui, al culmine di tre atti in costante tensione, si arriverà alla sentenza finale».

 

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22-11-2019
 


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14-12-2019
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