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    5 dicembre 2020
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PRODUZIONI

 

Bosa città regia in un territorio infeudato

un caso unico in Sardegna

Autore: Cecilia Tasca

Nota Artistica

La leggenda narra che Bosa fu fondata da Calmedia, moglie dell’eroe “Sardus Pater” che, affascinata dalla valle del Temo, fondò la città che da lei prese il nome.

In realtà il nome di Bosa ha origini antichissime: un’epigrafe fenicia, oggi perduta, risalente probabilmente al IX – VIII sec. A.c., attesta per la prima volta, la presenza di un popolo Bs ‘n, riferito alla popolazione di Bosa. La città è inoltre ricordata dall’Itinerario Antoniano e da una serie di portolani e carte nautiche medievali. Fu una delle stazioni fenicie più note e questi insediamenti costituivano dei punti d’appoggio per la navigazione ed il commercio tra Africa e Sicilia verso le Baleari e la Spagna da un lato e Corsica e Gallia dall’altro.



IL PERIODO ROMANO



La Bosa romana, in origine, sorgeva molto più a monte dell’ipotetico sito fenicio, sulla strada di Tibula Sulcos, presso l’attuale Chiesa di San Pietro. Ebbe una notevole prosperità grazie anche alla presenza del porto di Terridi che il monte di Sa Sea proteggeva dal maestrale. In quel periodo la foce del Temo era molto più a monte e l’Isola Rossa non era ancora collegata alla terraferma.



La città aveva il suo centro sotto il monte Nieddu ma si estendeva oltre la riva destra del fiume: le due sponde erano collegate da un ponte ad una arcata, ornato di statue, oggi andato distrutto e di cui rimangono pochi resti.

La strada romana che attraversava la città e superava il Temo nelle vicinanze del ponte, collegava Bosa a Nord con Turris Libisonis (Porto Torres). In età imperiale Bosa ebbe il rango di Municipio dei cittadini romani ed un proprio consiglio di decurioni.



IL DOMINIO ARAGONESE



Nel 1112 (data recentemente messa in discussione e spostata al VIII sec.), fu costruito il castello dei Malaspina sul colle di Serravalle; da questo momento ebbe inizio una fase di trasferimento urbano dal vecchio al nuovo sito, conclusosi nel XIV secolo. I bosani iniziarono a costruire le loro abitazioni ai piedi del castello cercando protezione e dando il via allo sviluppo del quartiere medievale di Sa Costa che ancora oggi mantiene una suggestione storica notevole. Ripresero, così, tutte le attività agricole, commerciali e marittime ma il castello ed il borgo sottostante mantennero la propria individualità giuridica.



Nel 1297 il Papa Bonifacio VIII concesse in feudo la Sardegna al Re d’Aragona Giacomo II il quale iniziò a prenderne possesso nel 1323. Risalgono proprio a questo periodo le fortificazioni di numerosi castelli della Sardegna tra cui quello di Bosa.

Nel 1308 i Malaspina vendettero i loro diritti sulla Planargia, compreso il castello, a Mariano II d’Arborea. Il castello ed il suo borgo passarono, con l’arrivo degli aragonesi, prima al giudicato d’Arborea, poi il territorio fu di nuovo in mano ai Malaspina fino al 1330 quando lo cedettero definitivamente allo spagnolo Pietro Ortis cui si deve l’ampliamento della cinta muraria con la creazione di una torre pentagona..

Tornato agli arborensi, il territorio bosano fu alla base di uno scontro aperto tra catalani ed arborensi. Nel 1335, al primo Parlamento sardo, Bosa fu rappresentata sia nel braccio feudale che in quello ecclesiastico. Tra i suoi privilegi vi era quello di battere moneta ed infatti, durante il regno di Giovanni II di Aragona, ne fu coniata una di piccolo taglio chiamata “Minuto”. Nel 1478 gli Arborensi furono sconfitti definitivamente.



L’ETA’ MODERNA VEDE BOSA NOMINATA CITTA’ REALE



Nel 1499, infatti, Ferdinando il Cattolico la dichiara tale con tutti i privilegi e gli onori e lasciando il castello infeudato all’ammiraglio Villamarì. Mentre la città cresce e progredisce, l’interesse dei feudatari diminuisce ed il castello inizia la sua decadenza e, nel 1571, viene abbandonato dai soldati.

Anche la città si avvia al declino quando nel 1528 la foce del Temo fu ostruita con dei massi per impedire lo sbarco dei francesi comandati da Andrea Doria.



Il fatto provocò conseguenze disastrose per la città: acque malariche ristagnarono a S’Istagnone e cattivi odori causati dal mancato ricambio dell’acqua con il mare, si diffusero nella città; il porto divenne inaccessibile ed i diritti doganali crollarono; il delta del fiume andò interrandosi a causa della sabbia e delle alluvioni.



BOSA GIUDICALE



In effetti, i Malaspina cedettero la città, il Castello e la Curatoria della Planaria, uscendo definitivamente dalla storia di Bosa il 28 Giugno 1326, quando firmarono un accordo col re di Aragona. Ma non passarono due anni che Alfonso IV, in segno di gratitudine nei confronti del giudice Ugone II d’Arborea, confermando una vecchia concessione feudale del 1323, gli cedette Oristano, Terralba, Santa Giusta, il Castrum di Monte regale, quello di Marmilla e quello di Bosa con le Curatorie di Planargia e Costa de Valls ed ancora i Castelli di Montiferru, di Goceano e di Monteacuto.



Dal I° Maggio 1328 la città, il Castello di Bosa e la Curatoria di Planargia con le sue sette ville abitate, entrarono a far parte delle terre “extra Judicatum” dell’Arborea e lo furono ininterrottamente per circa cento anni, fino a quando, a seguito della sconfitta arborense del 1410, Ferdinando I d’Aragona unì la città ed il suo castello al patrimonio della Corona.



La lunga guerra che vide l’Aragona lottare con l’Arborea per il predominio dell’Isola, dopo alterne vicende e vari rovesciamenti di fronte, termino proprio con l’assedio di Bosa e l’occupazione del castello, segnando la fine di un importante capitolo della storia sarda: la fine del Giudicato d’Arborea.



In quel periodo la città di Bosa non fu solo teatro di battaglie, era anche una attiva città mercantile al riparo di un castello abitato da giudici e da nobili con una spiccata attività artistico-culturale; una città che conosceva, da tempo, l’autonomia municipale tesa anche a riguadagnarsi quel ruolo degno delle maggiori città sarde.

Fin dal periodo della fondazione, Bosa fu governata attraverso uno statuto o Breve redatto in lingua italiana e di chiara origine genovese; sotto la signoria di Giovanni d’Arborea, nel 1338, le furono concessi alcuni importanti privilegi, quali la libertà di commercio e della pesca del corallo all’interno del suo porto che andarono ad aggiungersi alle precedenti disposizioni statutarie.



BOSA CATALANO ARAGONESE



Occupata con la forza a seguito della sconfitta dell’Arborea nel 1413, Bosa ebbe una nuova organizzazione che, per un certo periodo, la accumunò ai maggiori centri di Cagliari, Sassari e Alghero, già da tempo organizzati in forma di municipio di tipo catalano. Primo atto ufficiale fu la sua incorporazione e unione con la Planargia, al patrimonio reale e la conferma degli antichi privilegi e consuetudini, decretata in data 15 Giugno dal nuovo sovrano aragonese Ferdinando I.



Organismi cittadini:

Consiglieria (5 consellers) (I° giurato = sindaco)

Podestà (di nomina regia)

Mostazzaffo (controllo dei pesi e delle misure e della vendita dei viveri)

Doganiere

Maggiore del porto

Capitano o castellano (sovrintendente alla difesa)



LA BARONIA DI BOSA FEUDO DEI VILLAMARI’



Il 23 Settembre 1468 il sovrano Giovanni II, per compensare i favori di Giovanni de Villamarì, castellano del castello di Serravalle, gli concesse in feudo, la città, il castello e la Planaria con le ville di Suni, Sagama, Tresnuraghes, Sindia, Magomadas, Tinnura e Modolo creando, nel contempo, i territori in Baronia. La concessione, che aveva carattere perpetuo, fu poi confermata al figlio Bernardo nel 1479



La trasformazione in territorio feudale, con la conseguente variazione giuridico-amministrativa, rappresentò certamente un passo indietro per una città che aveva già conosciuta l’autonomia municipale, sia pure in una forma controllata dal potere regio. Eppure, numerose testimonianze ci dicono che, grazie alla sua particolare conformazione ed alla presenza del porto e grazie anche all’abilità del feudatario e dei suoi successori, Bosa conobbe, sotto i Villamarì, un vero periodo di rinascita che la riportò agli antichi splendori. Le furono confermati gi antichi privilegi e le esenzioni doganali, le fu consentita una certa autonomia cittadina attraverso una proficua forma di collaborazione mediata dalla figura di un governatore di fiducia del feudatario, nel quale erano praticamente riassunte le competenze del podestà catalano.



BOSA SPAGNOLA



Alla morte di Bernardo de Villamarì, la Baronia di Bosa fu ereditata dalla figlia Isabella che, amata e rispettata da tutti gli abitanti, la resse fino al 1559, mantenendo gli stessi privilegi ed esenzioni doganali per il porto.



Con la sua morte ed in assenza di discendenza diretta, il feudo passò per breve tempo, a una lontana parente, Maria de Cardona ma, nel 1559, la Corona intese rientrare in possesso di tutto il territorio:

La Chiesa della Beata Maria Maddalena

La Chiesa Cattedrale di Santa Maria

La porta de Ponte

La casa di città

Il Castello di Serravalle (inventario di beni e l’archivio)

Le ville



Ma il sequestro si configurò come un abuso nei confronti dell’ultimo erede Don Pietro Affan de Ribera, duca di Alcalà, viceré del regno di Napoli. La questione i risolse solo sei anni dopo quando, il 22 Marzo 1565, fu firmato l’atto di vendita della città, del castello e delle sette ville della Planaria a favore della Corona di Spagna, dietro pagamento di 1.000.000 scudi.



Bosa era nuovamente una città reale (con la conferma degli antichi privilegi e statuti) e tale rimase sino a quando, sostituito il potere spagnolo con quello sabaudo nel 1720, seguì il destino delle altre città sarde e, a seguito dell’abolizione del feudalesimo nella prima metà del XIX secolo, anche i territori come tutti i paesi dell’isola o della Planargia, conobbe le nuove istituzioni sabaude che portarono l’emancipazione in tutti i paesi dell’isola grazie all’istituzione del Comune inteso in senso moderno




Ultimo aggiornamento: 11/02/2008

 
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