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    5 dicembre 2020
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Hassaleh – L’Occhio di Horus

Presentato alla Karales il nuovo libro di Antonio Crasto

Nota Artistica

Poco prima della scorsa estate sono rimasto sorpreso da una delle recensioni apparse nel numero di giugno della rivista Hera – Miti – civiltà scomparse – Misteri archeologici. In essa veniva definito il libro di Antonio Crasto come uno dei più bei saggi sull’Egitto degli ultimi tempi. Veniva specificato, fra l’altro, che l’autore, appassionato di storia delle civiltà antiche e accanito lettore di testi sull’Antico Egitto, aveva raccolto i frutti dei suoi lunghi studi, effettuando alcune scoperte scientifiche sulla civiltà egizia e rivedendo la cronologia delle prime 18 dinastie attraverso una rivalutazione degli scritti di Manetone.

La mia curiosità crebbe allorché seppi che Crasto è un nostro conterraneo. Nato a Mogoro alla fine dell’ultima guerra, egli è vissuto a Cagliari fino al primo anno di Università, quindi ha proseguito gli studi di Fisica presso l’Università di Torino. Rientrato a Cagliari per motivi di lavoro, ha approfondito i suoi studi sull’antica civiltà egizia e ha infine raccolto le sue idee in un libro, che già dalla copertina mostra la sua decisa tendenza innovativa.

Grazie alle sue conoscenze matematiche, l’autore ha affrontato, senza alcun pregiudizio, quello che a suo dire sembra essere il più grande mistero della civiltà dei faraoni, la cronologia delle dinastie egizie. Nel corso dell’ultimo secolo gli Egittologi avevano cambiato troppo spesso idea sulla data d’inizio della civiltà faraonica e, di conseguenza, sulle durate delle singole dinastie. Inizialmente erano state proposte cronologie generalmente lunghe, quindi alla luce di nuove ipotesi si era passati a cronologie corte o cortissime, che in pratica spostavano l’inizio dell’età faraonica dal 5000 al 3000 a.C.

Questa indeterminazione è sostanzialmente dovuta alla mancanza di date di riferimento e all’abitudine degli Egizi di datare gli anni secondo la progressione di regno dei vari faraoni. I pochi annali pervenuti e le testimonianze archeologiche non consentono però di stabilire con certezza le durate dei singoli regni, per cui gli studiosi hanno potuto adattarle in modo soggettivo alle durate delle dinastie da loro ipotizzate.

Una qualche datazione assoluta è stata ricavata grazie ad alcune segnalazioni del giorno del calendario in cui si verificò la levata eliaca di Sirio (prima comparsa annuale della stella con una ciclicità di 365,25 giorni). Senza entrare in merito alla problematica, ben sviluppata nel libro, possiamo sintetizzare dicendo che gli Egittologi hanno ipotizzato che il calendario egizio di 365 giorni (12 mesi di trenta giorni più 5 giorni aggiuntivi) sia stato inaugurato in coincidenza di una levata eliaca di Sirio da uno dei primi sovrani della I dinastia. Una testimonianza relativa alla coincidenza dell’evento astronomico col capodanno nel 139 d.C. ha portato gli Egittologi a ritenere di conseguenza che l’inizio dell’età faraonica si sia avuto poco prima degli anni nei quali la levata eliaca di Sirio dovette coincidere col primo giorno del calendario, intorno al 4240 o al 2780 a.C (ogni circa 1460 anni).

Crasto non è d’accordo con queste ipotesi e ha cercato con accanimento un’altra soluzione. Ha verificato che intorno al 3750 a.C. si verificò la coincidenza della levata eliaca di Sirio col solstizio d’estate e ha ipotizzato che il calendario egizio sia stato inaugurato molto tempo prima in corrispondenza di uno dei solstizi o uno degli equinozi. La lunga trattazione matematica ha indicato una probabile soluzione che vede la coincidenza della levata eliaca di Sirio col solstizio d’estate nel 3761 a.C e l’inizio del calendario egizio nel 4626 a.C., in corrispondenza dell’equinozio d’autunno.

La lunga separazione dei due date giustifica fra l’altro il tempo necessario agli astronomi egizi per codificare la ciclicità della levata eliaca di Sirio (365,25 giorni) e per determinare che questa ciclicità approssimava meglio la durata dell’anno solare (365,2422 giorni) rispetto al calendario civile (365 giorni).

L’importante scoperta scientifica sembra avallata in modo clamoroso dal fatto che il 3761 a.C. è una data storicamente importante per gli Ebrei. Secondo una certa tradizione questa data sarebbe l’anno della creazione e essa viene considerata ancora oggi l’origine dell’Era ebraica. Sembra dunque molto probabile che gli Ebrei abbiano appreso l’importanza del 3761 a.C. durante la loro lunga permanenza in Egitto e abbiano trasformato questa data nell’inizio della loro Era.

Alla luce di questa scoperta, Crasto ha intrapreso il difficile compito di verificare se la cronologia tramandataci dall’unico storico egizio, il sacerdote tolemaico Manetone, potesse rispecchiare un inizio dell’età faraonica all’incirca un secolo prima del 3761 a.C. L’autore ha così trovato delle possibili e facili correzioni alla cronologia di Manetone, quella pervenutaci tramite gli scritti dello storico cristiano Sesto Giulio Africano, e ha proposto una nuova cronologia lunga, che oltre a giustificare alcuni dei punti salienti della storia egizia (fine della II dinastia e fine dell’Antico Regno), sembra essere in ottimo accordo con le datazioni assolute ottenute col metodo del C-14.

L’autore non si limita a uno studio della cronologia, egli analizza in modo approfondito le testimonianze storiche e mitologiche relative all’origine della civiltà egizia, fornendone una spiegazione decisamente originale. Molto interessante una sua interpretazione dello Zodiaco Circolare di Dendera, nel quale egli legge la storia dell’umanità, da una possibile civiltà globale del Paleolitico Superiore alla civiltà predinastica e dinastica sviluppatasi in Egitto.

L’interesse del lettore diventa però massimo durante la lettura dell’ultima parte del saggio, quando l’autore entra nel merito della religione egizia, considera la motivazione religiosa delle piramidi e analizza la possibile correlazione fra piramidi e stelle. Secondo Crasto alcuni misteri della civiltà egizia trovano una risposta considerando un’evoluzione catastrofica delle fine dell’Era Glaciale. La religiosità del popolo del Nilo sarebbe stata influenzata da vari “diluvi” che avrebbero quasi annientato la loro civiltà. Da questi eventi sarebbero nati alcuni aspetti religiosi legati all’armonia cosmica, espressa dalla dea della giustizia e della verità, Maat.

Gli egizi erano consapevoli che una possibile distruzione della Terra e della umanità poteva arrivare dal cielo, a causa di eventi naturali o per castigo divino, per cui impegnarono il loro sovrano al rispetto di Maat, così che gli dèi non potessero avere alcun motivo per castigare l’Egitto. A seguito di alcune catastrofi che si sarebbero verificate durante le prime due dinastie, i sacerdoti egizi avrebbero preso in considerazione la necessità di rendere omaggio agli dèi edificando le piramidi, con le quali si sarebbe messo in relazione il popolo egizio, tramite il suo sovrano, al dio Creatore. I due concetti sarebbero stati espressi dai due numeri sacri, il 3, la trinità del Creatore, e il 4, la sua creatura realizzata secondo i quattro punti cardinali. Si sa che furono realizzate piramidi durante la I dinastia e che la loro edificazione fu ripresa, con maggior lena e per oltre un millennio, a partire dalla III dinastia.

Gli egizi chiesero ai loro sovrani di comportarsi secondo Maat, ma soprattutto di perorare le sorti dell’Egitto durante la loro vita celeste. Venne così ipotizzata una loro rinascita dopo settanta giorni dalla morte (quelli necessari alla loro mummificazione), a condizione che durante i riti funebri, da svolgersi all’interno della piramide personale, l’anima avesse superato la prova della pesatura. Essa sarebbe stata confrontata con la piuma di Maat e sarebbe risorta solamente nel caso in cui fosse risultata più leggera della piuma, si fosse dimostrata cioè priva del peso dei peccati.

L’autore conclude il suo affascinate studio sulla civiltà egizia considerando una possibile rappresentazione celeste del Mito di Osiride e una sua corrispondenza nel deserto occidentale del Basso Egitto, in cui ogni piramide dei sovrani avrebbe rappresentato una particolare stella delle costellazioni in cui il mito di Osiride era stato disegnato. Se, come dice l’autore, il lettore avrà la costanza di arrivare alla fine del libro, egli sarà rapito dalla religione egizia, dall’altissima conoscenza astronomica dei sacerdoti e dall’insuperabile maestria dimostrata nelle loro costruzioni. Troverà quindi una risposta alla domanda, che sicuramente si era posto, sul significato della copertina del libro. Senza entrare in merito alla risposta, possiamo anticipare che per Crasto stelle, miti, occhio di Horus e piramidi possono essere considerati le fondamenta della complicata e intrigante religione egizia.



Ultimo aggiornamento: 08/02/2008

 
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